Testi critici dal 2000

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VILLA THIENE – GINO PRANDINA –Personale d’Arte 7- 29 giugno 2008

A cura di Pietro Buia, coordinatore degli Eventi Culturali a Villa Thiene. Con il Patrocinio di: Regione del Veneto, Provincia di Vicenza, Comune di Quinto Vicentino

Nell’anno del cinquecentenario della nascita di Andrea Palladio ( 1508-2008 ) e nella rassegna 2008 di “Arte in Villa”, promossa dall’Assessorato alla Cultura, continuano le manifestazioni d’arte nelle soffitte di Villa Thiene (Patrimonio UNESCO) a Quinto Vicentino con la personale d’arte dell’artista Gino Prandina, artista vicentino. La mostra viene inaugurata sabato 7 giugno alle ore 17,30 nella sala consiliare degli affreschi della Villa. La mostra, intitolata “Nero Sembiante”, presenta trenta opere dell’Artista, realizzate nell’ultimo decennio, prevalentemente con l’uso del catrame su supporto di carta intelata.

“L’azione pittorica di Gino Prandina rende concreta e tattile la spinta dettata dalla necessità di elaborare le vibrazioni, i richiami, le cariche emotive della sua straordinaria realtà fenomenica interiore. L’Artista esterna e traspare verità che si danno nel segno e nel gesto nero di catrame come offerta e negazione: unisce l’intreccio di spazi preesistenti socchiusi dall’anima alla mente e proiettati verso orizzonti inattesi, tessuti ad assorbire visioni evocate”, scrive il critico d’arte Marifulvia Matteazzi Alberti nella presentazione critica.

Il percorso espositivo si snoda dalle ombre, narrate mediante l’uso del nero – catrame e di resine, ai chiarori dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro. “E’ tutta un’incalzante ricerca espressiva contraddistinta da un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto ad un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi”. Le opere di Gino Prandina sono il risultato di un lungo lavoro di ricerca, sia sul segno che conserva l’impeto dell’action painting (le colature del catrame liquido sulla carta), sia sull’uso degli effetti cromatici ottenuti mediante numerose tecniche innovative di aggregazione di materiali diversi (dal pigmento puro, alla lamina d’oro e d’argento, dalle lacche di garanza, fino ai materiali più recenti come resine e solventi). E’ pittura di fervore, vitalità, movimento con tempi regolati da quiete apparente, alle volte pure da un urlo di silenzio, da un equilibrio sempre scosso e veicolato tra le infinite occasioni del bianco e del nero, nella continua esplorazione delle due grandi possibilità della nascita e della morte, della luce e dello scuro, dell’Origine come introduzione all’Eternità stessa.

L’uso del nero catrame carnoso e sanguigno, non è nuovo nella tradizione pittorica veneta, e richiama i fondi densi e bituminosi della pittura cinque-seicentesca. Ma gli interventi dell’artista sono guidati da un’opera di condensazione, in cui si raggruma il materiale nero-assoluto, e di ablazione, fino a dissolvere la densità di superficie e lasciar trasparire luminosi fondali. Questo operare “è guidato da tempi lunghissimi di ascolto del consapevole e dell’inconscio, da un esercizio che osa e capta folgorazioni, clamori, sospensioni ed espande segreti e drammi o l’abbandono dolce a dissolvenze aeree, ad avventure di libertà che fluiscono o stratificano, concedono o si sottraggono, sono casuali o causa stessa dell’interloquire con misteri affascinanti, liriche emersioni.”

Presentazione critica di Marifulvia Matteazzi Alberti

 

NERO SEMBIANTE (cioè che  somiglia al nero)

“L’oscurità dissolve e libera il colore dei pensieri”
di Marifulvia Matteazzi Alberti  200
9

Nero sembiante:  là dove ogni oscurità dissolve per liberare il colore dei pensieri e “Di quei miei sogni/di quel vedere/talvolta qual incubi/o più rare scintille/testimone segreto”. Sembrano tracce emotive di materia e luce, sospese in un tempo denso di memorie, gremite e scosse, da colature di catrame liquido su supporti di carta intelaiata (cioè montata sul supporto della tela e del telaio). Queste opere sono frutto di movimento, di vitalità che vanno emergendo in riverberi o gorghi, abbandoni o ansie d’emozione inattesa.
Sembrano spinte provenienti dall’inconscio, richiami dal nero della notte, affioramenti che traspaiono lo scuro del mare, come offerta e insieme negazione, profili incalzanti che si sfaldano, baluginano, si svincolano “nel fondo sapido (cioè saporoso)/a rubare misteri/e suoni/presenze impercettibile/ombre ” .
La pittura e l’azione artistica di Gino Prandina sono frutto di un lungo lavoro di studio e di ricerca sul segno, mosso dalla necessità di elaborare le cariche emotive provenienti dall’interiorità, guidate da tempi lunghissimi di ascolto del consapevole e dell’inconscio. Il gesto capta e osa folgorazioni, clamori, sospensioni a dissolvenze aeree, avventure di libertà alle volte casuali o causa stessa dell’interloquire con misteri affascinanti. Protagonista è il catrame carnoso ed elastico, quasi cartilagine vischiosa che prende forma dalla”nerezza” dell’ inconsapevole (cioè dell’inconscio) fino al pertugio (vedi: sta per via o per apertura) razionale, occasione che affiora dal buio al chiarore dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro: è un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi uno scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto poi a un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi, metamorfosi verso l’Essere completo, individuo assoluto, Universale.  Gino Prandina, pittore, designer e poeta, è appassionato d’arte da sempre: la madre, da bambino, gli insegnava a seguire con il dito i segni del tronco tagliato, quasi per capire “le tracce del tempo/sulle croste dei legni/come nel cuore/indagando”, come recita una sua lirica.

 

2010 La pittura in catrame rinvia alla “nerezza” dell’inconscio,

da cui emergono immagini e memorie deprivate dal filtro della razionalità come delle prospettive consuete di spazio e di tempo. Perlopiù si tratta di “ombre” che affiorano alla consapevolezza mediante un’operazione pittorica non premeditata. Sulla superficie si concentrano addensandosi forme nebulose di sapore antropomorfico. L’operazione di condensazione conserva le tessiture del dripping aumentando in questa maniera lo spaesamento tra ciò che acquista valore fra il primo piano e lo sfondo, lasciando intuire le tracce di una primitiva articolazione gestuale-segnica.

F.S.

 L’azione pittorica di Gino Prandina rende concreta e tattile la spinta dettata dalla necessità di elaborare le vibrazioni, i richiami, le cariche emotive della sua realtà fenomenica interiore. L’Artista esterna e traspare verità che si danno nel segno e nel gesto nero di catrame comevibrazioni, i richiami, le cariche emotive della sua straordinaria realtà fenomenica interiore. L’Artista esterna e traspare verità che si danno nel segno e nel gesto nero di catrame come offerta e negazione: unisce l’intreccio di spazi preesistenti socchiusi dall’anima alla mente e proiettati verso orizzonti inattesi, tessuti ad assorbire visioni irrisolte. Dal buio delle ombre, delle tenebre, ai chiarori dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro è tutta un’incalzante ricerca espressiva contraddistinta da un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto ad un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi, metamorfosi verso l’ Essere completo, individuo assoluto, universale. E’ pittura di fervore, vitalità, movimento con tempi regolati da quiete apparente, alle volte pure da un urlo di silenzio, da un equilibrio sempre scosso e veicolato tra le infinite occasioni del bianco e del nero, nella continua esplorazione delle due grandi possibilità della nascita e della morte, della luce e dello scuro, dell’Origine come introduzione all’Eternità stessa. Protagonista è il catrame carnoso e sanguigno, guidato da tempi lunghissimi di ascolto del consapevole e dell’inconscio, da un esercizio che osa e capta folgorazioni, clamori, sospensioni ed espande segreti e drammi o l’abbandono dolce a dissolvenze aeree, ad avventure di libertà che fluiscono o stratificano, concedono o si sottraggono, sono casuali o causa stessa dell’interloquire con misteri affascinanti, liriche emersioni.

 

2010 by Marifuvia Alberti

Through his pictorial art Gino Prandina makes concrete and tactile the need of working out the vibrations, the calls and the emotional charge of his extraordinary inner phenomenal reality. The Artist shows the thruth by means of the dark tar mark both as an offer and a denial: pre-existent spaces half-closed by the soul to the mind are joint together and projected into unexpected horizons which engross unsolved visions. From the dark of the shadows to the first light of dawn, from the red of the sun and the fire to the precious sacredness of gold; all of this, is a deep research which is marked with an initial proceed of forms dissolution; it is nearly a melting process into a shapeless magmatic substance, in order to condense into a renewed constitution, a metamorphosis to the complete Being, absolute and universal individual. This is a fervent and lively painting sometimes marked by times of apparently calm, even by a cry of silence, by a balance which is always shaken and spread between white and black in a continuous exploration of birth and death, of light and dark, of the Origin as an introduction of the Eternity itself. The tar is the Protagonist, the pulpy and “blood-red” tar, guided by long times of listening of the awareness and the unconscious, through the practice which captures clamours, suspensions and spreads secrets, drama or the sweet abandonment to airy fadings, to adventures of freedom which either flow or stratify, either by giving or taking away, they can be accidental or even the reason of the interlocution with fascinating mysteries, lyrical emersions.

Marifulvia Matteazzi Alberti

 

GINO PRANDINA 
Nero Sembiante



Il titolo del percorso pittorico, “Nero Sembiante”, si riferisce al materiale frequentemente usato dall’Artista nell’amalgama cromatico. L’uso del catrame liquido non è nuovo nella pittura veneta premoderna, basti ricordare i fondi bituminosi del Magnasco e di molti pittori veneziani. Il dipingere con il catrame rinvia alla “nerezza”, all’ombra come al mistero. 
Nel quotidiano percorriamo le vie di ciò che “appare”, e conosciamo le consuete forme del divenire, della cultura, dell’interpretazione. Eppure ogni esperienza lascia inappagati, come se ogni cosa emergesse appena da un fondale sconosciuto (la verità) dal quale siamo attratti e verso il quale vorremmo andare.
Le opere di Prandina fermano la corsa sulle superfici delle cose e immergono nell’essenziale, nel sotterraneo oggettivo, sulle orme di un sentiero che pare interrotto tanto tempo fa. Una lettura in parallelo alla psicologia può evocare forme dell’inconscio dalle quali emergono immagini e memorie arcaiche, deprivate dal filtro della razionalità come dalle dimensioni consuete di spazio e tempo. Nelle opere di Prandina appaiono “ombre” affioranti alla coscienza mediante un’operazione pittorica dichiaratamente non premeditata. La tecnica usata, quella cosiddetta del “dripping”, prende in prestito le metodologie dell’informale americano, ben noto sia nella cosiddetta “pittura d’azione” (action-painting) (Pollock, Kline o De Kooning, per citarne alcuni) o nella “pittura d’inazione” (in-action painting) (Rotkho o Reinhard).
Azione o contemplazione, silenzio saturo o dinamismo esplosivo: è una pittura tutto fervore, vitalità, movimento, con tempi regolati da quiete apparente, alle volte pure da un urlo di silenzio, da un equilibrio sempre scosso e veicolato tra le infinite occasioni del bianco e del nero, dell’Origine come introduzione all’Eternità stessa.
L’operazione pittorica si presenta come un gioco di tessiture prodotte dalle filamentose colature del colore liquefatto. Il gioco dei segni e dei curvilinei ha libero gioco nello spazio neutro, oppure sovrapposto ai colori bianco, azzurro, rosso, o su preziose lamine d’argento o d’oro. 
L’operazione pittorica di Prandina, conserva il lungo esercizio della gestualità e elaborata fino a diventare segno. 
Le opere, generalmente su carta intelata ma spesso di più consistente supporto, imprimono una sintesi cromatica e segnico-gestuale insieme decifrabile e indecifrabile, scrittura arcaica e cifra primordiale: come un graffito o un’iscrizione lapidea in via di decrittazione. In altri casi il gesto grafico si trasforma in pura danza, lasciando così cadere ogni riferimento semantico.
Il tenace parterre simbolico di Prandina abbraccia in tal modo valenze universali: cromo-segni che assumono a cifra mistico-contemplativa. Il percorso si snoda a partire dalle ombre, narrate mediante l’uso del nero – catrame e di resine, ai chiarori dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro. E’ un’incalzante ricerca segnata da un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto ad un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per poi giungere alla condensazione in un rinnovato comporsi. L’azione pittorica di Prandina rimanda ancora una volta, con linguaggi e metodologie contemporanee, a quel fluttuante baluginare di luce e ombra che, in fondo, è il morbido gioco chiaroscurale della terra veneta. Pietro Buia, Villa Thiene Quinto vicentino

 

GINO PRANDINA Black Sembiante The title of pictorial journey, “Black Sembiante”, refers to material frequently used by the artist in channeling color. The use of liquid tar is not new in pre-modern Venetian painting, is enough to recall the funds of bituminous of Magnasco and many Venetian painters. The painting with tar refers to “blackness” shade as the mystery. In the daily walk the streets of what “appears”, and we know the usual forms of becoming, of culture, interpretation. Yet each experience leaves unsatisfied, as if everything emerges just a backdrop unknown (the truth) from which we are attracted and to which we would like to go. The works of Prandina stop the run on the surface of things and immersed in the essential, objective in the basement, in the footsteps of a path that seems broken long ago. A reading in parallel to the psychology of the unconscious forms can evoke images and memories as they emerge from the archaic, deprived by the filter of rationality as usual on the size of space and time. Prandina appear in the works of “shadows” surfacing to consciousness by a painting admittedly unpremeditated. The technique, known as the “drip”, borrows the methods of the informal American, well known both in the so-called “action painting” (Pollock, Kline and De Kooning, to name a few) or in the ‘painting’ s inaction “(Rotkho or Reinhard). Action or contemplation, silence saturated or explosive dynamics: a painting is all excitement, vitality, motion, with times adjusted by apparent quiet, sometimes even by a scream of silence, still shaken by a balance and vehicles between the white and the endless opportunities black, Origin as an introduction to Eternity itself. The paintings shows a play of textures produced by filamentous drips of color liquified. The game of signs and curvilinear have free space game neutral, or overlapped with the colors white, blue, red, or precious silver or gold foil. The paintings by Prandina, retains its long practice of gestures drawn up to become a sign. The works, usually on linen paper, but often more substantial support, instilling a summary of signs and color-sign with decipherable and indecipherable writing archaic and primitive figure: like a stone inscription engraved or in the process of decryption.

 

NELLE SOFFITTE Dl VILLA THIENE A QUINTO VICENTINO


Vertigini dell’inconscio nei catrami di Prandina –  2008

Un percorso denso, visionario, che dall’inconscio irrompe sulla tela con bruciante furore. Gino Prandina propone un percorso decennale di ricerca. Le opere sono realizzate per lo più con l’uso di catrami su carta intelata, ma anche con pigmenti puri, lacca di garanza, solventi, resine, lamine d’oro e d’argento.
Il segno è rapido, potente, circolare, cremoso. La forma un caleidoscopio di chiaroscuri intricati e mutevoli. La narrazione, un gioco di specchi che dal profondo riflettono immagini e memorie disincarnate, che emergendo improntano la superficie di sagome nebulose.
La pittura in catrame come spia di un inconscio vertiginoso e oscuro, dal quale tempo e spazio fuggono nella metamorfosi di un inquieto presente, dove tutto evolve e si trasforma in un procedimento a spirale dentro cui a tratti, si aprono improvvisi squarci d’azzurro. Ed è proprio qui, in queste fulminee aperture stellari, che il magma di un’istintività baluginante e fiera lascia libero campo a un battito più meditato e riflesso. Il segno di Prandina, risultato di un’operazione pittorica dichiaratamente “non premeditata”, nelle tessiture del dripping (filiformi colature di colore n.d.r.) lascia tuttavia trasparire una razionalità guizzante e golosa, che dal nero catrame scivola verso il chiarore di albe luminose e palpitanti, ma anche lungo sentieri incendiati da fuochi danzanti che ardono e si stemperano nella linea dorata di orizzonti filanti e lontani. Le colature di catrame liquido, frammiste all’unione di materiali diversi condensano le intuizioni pittoriche dell’artista marosticense in quella tensione verso un nero assoluto dal quale si dipartono vibrazioni più ficcanti e sottili. Ed è qui che la lima dell’ablazione scava e dissolve, fino a scoprire al di sotto di tante possenti stratificazioni la lucetrasparente di cieli tersi e infiniti.
La realtà traluce in differita, attraverso spiragli intermittenti, capaci di aprirsi e di chiudersi nel movimento di cerchi concentrici gocciolanti un sentimento del tempo frammentato e pulsante, che quando si veste di nero rimanda all’evocazione di mondi sotterranei e quando invece cattura qualche stilla di sole si apre su territori silenziosi e amplissimi sfiorati dall’ala di una musicalità rapida e sommessa . Maurizia Veladiano (29 giugno 2008 )

 

IN THE ATTIC OF THE VILLA THIENE IN QUINTO VICENTINO

Dizziness unconscious in the tar of Prandina

A journey dense, visionary, who breaks from the unconscious to the canvas with searing fury. Gino Prandina offers a course of decades of research. The works are mainly performed with the use of tar on canvas paper, but also with pure pigments, lacquer warranty, solvents, resins, gold leaf and silver. The sign is fast, powerful, round, creamy. Form an intricate and ever-changing kaleidoscope of light and shade. The narrative, a game of mirrors that reflect images and memories from the deep disembodied, emerging approach given the area of shapes nebulae. The painting tar as a spy of an unconscious dizzying and obscure, from which space and time fleeing in the metamorphosis of a restless mind, where everything evolves and changes into a spiral process in which at times start unexpected glimpses of blue. It is precisely here, in this instantaneous stellar openings, that the magma of an instinct glimmering and proud to leave the field open to a more considered and reflected pulse. Prandina’s sign, the result of an overtly pictorial “unpremeditated”, in the texture of the drip (needle drips of color) suggests, however, reveal a wriggling rationality and tasty, the black tar that slips into the bright glow of dawn, breathing but also along paths burned by fires that burn and melt dancing in the line of golden streamers and distant horizons. The leakage of tar liquid, mixed with the union of different materials condense the pictorial artist from Marostica insights into the tension to an absolute black, from which radiate vibrations insightful and subtle. And that is where the file ablation digs and dissolves, to discover beneath layers so powerful lens of the light blue skies and endless. The reality reflected in deferred through intermittent openings, capable of opening and closing movement of concentric circles dripping a fragmented sense of time and button, that when he dresses in black, leads to the evocation of the underworld and even though some drop of capture Sun opens on silent and vast territories touched by alcohol for a rapid and subdued musicality. Maurizia Veladiano (29 June 2008)

 

Una lettura psicologica “per libere associazioni”

Al visitatore viene offerta la possibilità di condividere e di compartecipare un percorso indicato dall’Autore che va verso lo schiudersi alle esperienze emotive. C’è un quadro appoggiato sul cavalletto e incorniciato a sua volta in uno spazio diverso quasi a richiedere al visitatore una attenzione particolare, speciale. Un invito a soffermarsi per un attimo proprio lì. Come a suggerire: è lì la chiave di volta, è lì il motore, la fonte dell’ispirazione, in quel corpo che si mostra e si cela insieme., che provoca in quella torsione un flusso associativo che non può essere che insieme soggettivo e condiviso . Si avverte in quel corpo una tensione il cui esito è successivamente e solo parzialmente rappresentato (l’artista ha ancora molto da esprimere). S.Freud, in una sua descrizione dell’inconscio e del percorso psicoanalitico: ‘Si procede per levare’. I quadri di Prandinami hanno fatto pensare allo scultore che “tira fuori” dalla materia le forme trattenute, ma in qualche modo già vive, presenti, insite nella materia stessa. La bellezza sta nello svolgersi di un discorso che è dapprima tutto interno e forse trattenuto, ma nello sviluppo si può cogliere nella ricchezza espressiva. Anche i quadri che esprimono i momenti più difficili , più sofferti si arricchiscono retrospettivamente, come se un lampo di luce squarciasse un claustrum denso, concreto e aprisse a nuove possibilità espressive e cromatiche più forti, più libere e questa luce creasse un riverbero che consente di ricomprendere e di riempire di significato i momenti più trattenuti. C’è infine il ‘mistero’, che i quadri di Prandina lasciano intravedere, ma non svelano del tutto. Offrono a ciascuno la possibilità di immergersi nella sensorialità, in piena libertà. Forse lasciando libero anche l’Artista di non dirsi del tutto.

Annamaria Maruccia, psicanalista, giugno 2008

 

INTERVISTA al pittore DAL MOVIMENTO STUDENTI UNIVERSITARI

Giugno 2008

Da quale spinta nasce il gesto artistico?

Dalla constatazione che c’è qualcosa di infinito che si può proiettare su una tela. E’ insieme Conoscenza e condivisione per chiarire che anche a partire dall’ombra può scature una relazione, relazione che poi si fa strada, si schiarisce, chiede traccia, lascia traccia, testimonianza, speranza.

Che implicazioni di conoscenza, umanità ed esperienza porta con sé?

Anche nell’arte si hanno dei modelli: la nostra storia culturale,  altri artisti. Si può constatare che per giungere alla luce, prima bisogna restare nell’ombra e attendere con pazienza. L’arte non si limita, l’infinito fora la tela e diventa parola anche assorbendo e metabolizzando altre tradizioni culturali, fino a divenire parola densa, poesia: haiku.

Quali sono i riferimenti artistici e antropologici che ti hanno ispirato?

Dal punto di vista antropologico nella mostra si parte da quei luoghi soggettivi che normalmente non si vuol vedere, quello che voi con il prof. Fornari definivate la “visione della vittima”. Pensiamo al segno di Congdon, o anche più dinamico …un po’ alla Pollock.

Ma infine, nel caos si intravvede, in fondo, l’azzurro ( come nel retro del Cenacolo..) e   poi si ritorna alla forma umana: la drammaticità percorsa non è eliminata ma nella  Speranza diventa una via sostenibile. Penso al Salmo 138,12: nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.

 

NERO SEMBIANTE

Personale d’arte di Gino Prandina a Vigardolo di Monticello Conte Otto (VI) – 2009

Nella preziosa e suggestiva chiesetta di Santa Maria Assunta di Vigardolo in Monticello Conte Otto, si inaugurerà, alle 18, la personale d’arte di Gino Prandina.
Resterà aperta fino a domenica 17 maggio.
La mostra si intitola Nero sembiante, là dove ogni oscurità dissolve per liberare il colore dei pensieri e “Di quei miei sogni/di quel vedere/talvolta qual incubi/o più rare scintille/testimone segreto”.
Il titolo si riferisce pure all’uso di catrami su carta intelata a cui si aggiungono materiali diversi e preziosi: dal pigmento puro, alla lamina d’oro e d’argento, dalle lacche di garanza, fino ai materiali più recenti come resine e solventi.
“Il segno è rapido, potente, circolare, cremoso. Il catrame usato in pittura rende un segno carnoso ed elastico, “quasi cartilagine vischiosa che prende forma dall’affondo nella “nerezza” dell’ inconscio fino all’elevazione razionale, percorso che affiora dal buio al chiarore dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro: è un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi uno scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto poi a un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi, metamorfosi verso l’Essere completo, individuo assoluto, Universale.”

Gli interventi risultano essere un’opera che raggruma lo scuro, dove tremano inquieti equilibri modulati, quasi nebulose di sapore antropomorfico, fino a dissolvere la superficie per lasciar trasparire la luce azzurra ed eterna dei fondali. La forma un caleidoscopio di chiaroscuri intricati e mutevoli. La narrazione, un gioco di specchi che dal profondo riflettono immagini e memorie disincarnate, che emergendo improntano la superficie di sagome nebulose.

“La pittura in catrame come spia di un inconscio vertiginoso e oscuro, dal quale tempo e spazio fuggono nella metamorfosi di un inquieto presente, dove tutto evolve e si trasforma in un procedimento a spirale dentro cui a tratti, si aprono improvvisi squarci d’azzurro.” (Maurizia Veladiano)

Ed è proprio qui, in queste fulminee aperture stellari, che il magma di un’istintività baIuginante e fiera lascia libero campo a un battito più meditato e riflesso. Il segno di Prandina, risultato di un’operazione pittorica dichiaratamente
”non premeditata”, nelle tessiture del dripping (filiformi colature di colore n.d.r.) lascia tuttavia trasparire una razionalità guizzante e golosa, che dal nero catrame scivola verso il chiarore di albe luminose e palpitanti, ma anche lungo sentieri incendiati da fuochi danzanti che ardono e si stemperano nella linea dorata di orizzonti filanti e lontani.

“Sembrano tracce emotive di materia e luce, sospese in un tempo denso di memorie, gremite e scosse. da colature di catrame liquido su supporti di carta intelaiata, queste opere di movimento, di vitalità che vanno emergendo riverberi o gorghi, abbandoni o ansie d’emozione inattesa.”

  

Materiali ed esperienze pittografiche

All’uso di catrami su carta intelata si aggiungono materiali diversi e preziosi: pigmento puro, lamina d’oro e d’argento, lacche di garanza, fino ai materiali più recenti come resine e solventi. “Il segno è rapido, potente, circolare, cremoso. Il catrame usato in pittura rende un segno carnoso ed elastico, “quasi cartilagine vischiosa che prende forma dall’affondo nella “nerezza” dell’ inconscio fino all’elevazione razionale, percorso che affiora dal buio al chiarore dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro: è un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi uno scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto poi a un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi, metamorfosi verso l’Essere, assoluto, Universale.” Gli interventi raggrumano lo scuro, dove tremano inquieti equilibri modulati, quasi nebulose di sapore antropomorfico, fino a dissolvere la superficie per lasciar trasparire la luce azzurra ed eterna dei fondali. La forma un caleidoscopio di chiaroscuri intricati e mutevoli. La narrazione è un gioco di specchi che dal profondo riflettono immagini e memorie disincarnate, che emergendo improntano la superficie di sagome nebulose. “La pittura in catrame come spia di un inconscio vertiginoso e oscuro, dal quale tempo e spazio fuggono nella metamorfosi di un inquieto presente, dove tutto evolve e si trasforma in un procedimento a spirale dentro cui a tratti, si aprono improvvisi squarci d’azzurro.” (Maurizia Veladiano).

In queste fulminee aperture stellari, che il magma di un’istintività baIuginante e fiera lascia libero campo a un battito più meditato e riflesso. Il segno, “non premeditato”, nelle tessiture del dripping lascia tuttavia trasparire una razionalità guizzante e golosa, che dal nero catrame scivola verso il chiarore di albe luminose e palpitanti, ma anche lungo sentieri incendiati da fuochi danzanti che ardono e si stemperano nella linea dorata di orizzonti filanti e lontani. “Sembrano tracce emotive di materia e luce, sospese in un tempo denso di memorie, gremite e scosse. da colature di catrame liquido su supporti di carta intelaiata, queste opere di movimento, di vitalità che vanno emergendo riverberi o gorghi, abbandoni o ansie d’emozione inattesa.” (Marifulvia Matteazzi). Sembrano spinte che vengono dall’inconscio, richiami dal nero della notte, affioramenti che traspaiono lo scuro del mare, come offerta e negazione, profili incalzanti che si sfaldano, baluginano, si svincolano “nel fondo sapido/a rubare misteri/e suoni/presenze impercettibili/ombre ” . La pittura e l’azione artistica sono frutto di un lungo lavoro di studio e di ricerca sul segno, mosso dalla necessità di elaborare le cariche interiori, guidate da tempi lunghissimi di ascolto del consapevole e non, e dal gesto che capta e osa folgorazioni, clamori, sospensioni a dissolvenze aeree, ad avventure di libertà alle volte casuali o causa stessa dell’interloquire con misteri affascinanti.

NERO SEMBIANTE

“L’oscurità dissolve e libera il colore dei pensieri”

Nero sembiante: là dove ogni oscurità dissolve per liberare il colore dei pensieri e “Di quei miei sogni/di quel vedere/talvolta qual incubi/o più rare scintille/testimone segreto”.

Sembrano tracce emotive di materia e luce, sospese in un tempo denso di memorie, gremite e scosse, da colature di catrame liquido su supporti di carta intelaiata. Queste opere sono frutto di movimento, di vitalità che vanno emergendo in riverberi o gorghi, abbandoni o ansie d’emozione inattesa.
Sembrano spinte provenienti dall’inconscio, richiami dal nero della notte, affioramenti che traspaiono lo scuro del mare, come offerta e insieme negazione, profili incalzanti che si sfaldano, baluginano, si svincolano

“nel fondo sapido/a rubare misteri/e suoni/presenze impercettibili/ombre ” .

La pittura e l’azione artistica di Gino Prandina sono frutto di un lungo lavoro di studio e di ricerca sul segno, mosso dalla necessità di elaborare le cariche emotive provenienti dall’interiorità, guidate da tempi lunghissimi di ascolto del consapevole e dell’inconscio. Il gesto capta e osa folgorazioni, clamori, sospensioni a dissolvenze aeree, avventure di libertà alle volte casuali o causa stessa dell’interloquire con misteri affascinanti.
Protagonista è il catrame carnoso ed elastico, quasi cartilagine vischiosa che prende forma dalla”nerezza” dell’ inconsapevole fino al pertugio razionale, occasione che affiora dal buio al chiarore dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco alla preziosa sacralità dell’oro: è un iniziale processo di dissoluzione della forma, quasi uno scioglimento in informe materia magmatica, artificio alchemico volto poi a un successivo risolvere, quasi uno sciogliere per condensare in un rinnovato comporsi, metamorfosi verso l’Essere completo, individuo assoluto, Universale. Gli interventi risultano essere un’opera che raggruma lo scuro, dove tremano inquieti equilibri modulati, quasi nebulose di sapore antropomorfico, fino a dissolvere la superficie per lasciar trasparire la luce azzurra ed eterna dei fondali: sono straordinari effetti cromatici ottenuti mediante tecniche innovative di diversi materiali, dal pigmento puro, alla lamina d’oro e d’argento, dalle lacche di garanza, fino ai materiali più recenti come resine e solventi.
Gino Prandina, pittore, designer e poeta, è appassionato d’arte da sempre: la madre, da bambino, gli insegnava a seguire con il dito i segni del tronco tagliato, quasi per capire “le tracce del tempo/sulle croste dei legni/come nel cuore/indagando”, come recita una sua lirica.  Marifulvia Matteazzi Alberti 2009


 

Movement and vitality

These works embody the real emotive trace of material and light, which seem to lie in a suspended and full of memory time, crowded and shaken by soft brushworks of liquid tar on a base of paper mounted on a frame. These creations arise from the movement and the vitality. This two fundamental aspects come out in the form of reverberations, vortex, loneliness or unexpected anxiety. All the emotions, that arise from this works, seem push from the profound unconscious, as if they were a call in the night, outcrops which shine through the dark sea, like an offer and at the same time like a negation, pressing profiles which crumble, free theyself “ on the sapid bottom /for steal mysteries /and sound / imperceptible presences/ shadows”. This painting and artistic action derive from a long study and from a deep research on the sign. The present research is moved by the need of elaborate the emotive charges that come from interiority and are been driven by of listening the conscious and the unconscious for a long times. The gesture catch and dare brainwaves, outcries, suspensions at the level of aerial fade, adventures of freedom. This happens sometimes casually or in consequence of join in conversation with the attractive mysteries. The protagonist is the fleshy and elastic tar, which seems viscous cartilage that take form from the darkness of the unconscious until the rational narrow opening. The cleft is a sort of occasion that emerge from dark till the glimmer of the sunrise, from red sun and fire till the precious holiness of gold. This is a starting process of dissolution of the form, a shapeless melting of magmatic material, an alchemic trick that then turns and turns out. It’s a sort of metamorphosis which drives to the complete being, the absolute and universal individual. The supports are the final result of a work that coagulates the darkness, the place where the balances tremble with inflection, like a light fog with an anthropomorphic taste, up to dissolve the surface to let appear a soft blue light from shal they are extraordinary chromatic results obtained by innovative techniques using different materials, from the pure pigment to a silver and gold plate, from the old red varnish to the more recent materials like resins and solvents. Gino Prandina is a painter, a designer and a poet, but however is a man that always loves art. During his childhood, the mother told him to follow the mark of the cut tree with the finger, as if she wanted teaching him “the track of the time/ on the wood/as in the heart/investigated”, as one of his lyric tells. Marifulvia Matteazzi Alberti

 

Trasfigurazione.  Galerie Berchtoldvilla,

Salzburg 30 agosto 2010

 Der Begriff der Transfiguration ist im engsten Sinn ein Terminus aus der Kunstwissenschaft. Er steht für einen bestimmten ikonographischen Typus: Der Verklärung Christi auf dem Berg Tabor. Im weitesten Sinn, wenn man auf die ursprüngliche lateinische Wortbedeutung zurückgeht, bedeutet Transfiguration Umwandlung, oder Verwandlung, bezeichnet also den Vorgang einer Form- oder Gestaltveränderung, einer sinnlich erfass- und erfahrbaren morphologischen Veränderung. Das Motiv der Verwandlung scheint also zunächst ein tief religiöses Thema zu sein. Gott bezeugt im Vorgang der Verklärung die Gottessohnschaft Christi und gewährt in der Verwandlung Christi in eine Lichtgestalt den Jüngern Jakobus, Paulus und Johannes an Menschen statt einen Ausblick auf die Wiedererlangung des paradiesischen Zustands. Im Ritus der Wandlung der katholischen Kirche wird die Realpräsenz Christi gefeiert und die Verwandlung von Brot und Wasser in sein Fleisch und Blut. Der Topos der Umwandlung oder der Verwandlung ist aber auch schon viel früher als wiederkehrendes kulturgeschichtliches Motiv zu finden. In der griechischen Mythologie sind es die göttergleichen Heroen; ein Thema das ab den 1950er Jahren in den Gestalten der Superhelden wieder aufgegriffen wird. Später finden sich Erzählungen von Verwandlungen in Ovids „Metamorphosen“, einem Initialwerk der europäischen Kulturgeschichte, das auch noch Jahrhunderte später als Vorlage für weitere Bearbeitungen in Literatur, Musik, Bildender und Darstellender Kunst dient. Später echot das Motiv der Verwandlung in den klassischen Märchenerzählungen wieder, wie im Froschkönig oder im Hässlichen Entlein. Bis heute erzählen Filme wie District 9 oder Avatar von modernen Verwandlungsmythen, man denkt auch an Franz Kafkas „Verwandlung“ und Gandalf der Graue wird sowohl in der literarischen Vorlage, als auch in der filmischen Umsetzung in einer christusgleichen Transfiguration zu Gandalf dem Weissen. Das Motiv der Verwandlung durchzieht von jehe Hoch- und Trivialkultur, und scheint bis heute noch nicht zu Ende erzählt worden zu sein. Für was steht also dieser Topos, wenn er Element unserer Kulturgeschichte ist, das immer wieder kehrt? Der Begriff der Transfiguration trägt aber auch den Begriff der „figura“ in sich, die kunstwissenschaftliche Bezeichnung für den menschlichen Körper. Der Mensch – genauer – Bedingungen und Möglichkeiten des Menschseins ist neben dem Motiv der Verwandlung der zweite zentrale Themenschwerpunkt, der die Künstler Agnes Winzig, Paul Moroder, Gino Prandina und Peter Wiener verbindet. Bei gleicher Inspirationsquelle sind Zugang, Sichtweise und Vokabular jedoch individuell je nach Künstler verschieden.

Sichtweise auf die Motive der Transfiguration und des menschlichen Körpers ist ein philosophisch-humanistischer. Er löst sich in seinen malerischen Arbeiten von der konkreten menschlichen Form. Der Körper wird in der künstlerischen Umsetzung nur angedeutet, nicht ausformuliert. Seine Greifbarkeit bleibt gleichsam in der Schwebe. Prandina bindet ihn vielmehr in seine gestisch abstrakten Farbkompositionen ein, integriert ihn hin bis zu einer fast vollständigen Auflösung der Form. Nicht eine naturgetreue Darstellung des menschlichen Körpers ist wichtig, sondern das Zustandekommen einer Verständigung und Einigung zwischen dem Figurativen und dem Abstrakten. Alle Arbeiten sind dabei von einer schwer zu fassenden, farbigen und bewegten Intensität, die von einem lyrisch-sinnlichen Ton getragen werden. Prandina schafft hier in einer Art Auflösungsprozess der Darstellung des menschlichen Körpers in eine abstrakte Formensprache Neues. Die Transfiguration vollzieht sich hier zum einen auf formalästhetischer Ebene. Die inhaltliche Auseinandersetzung mit dem Thema der Überwindung der Materie hin zum Geistigen findet sich dagegen in konzentrierter Form in einer vierteiligen Serie, in der Prandina Dantes Göttliche Komödie“ aufgreift. In den vier zusammenhängenden Arbeiten zeichnet er sukzessiv in einem rein gestisch-abstrakten Vokabular den Entwicklungsprozess von Materie hin zum Geistigen bis zu einem Zustand paradiesischer Erleuchtung nach. Das Motiv der Transfiguration (sowohl im spirituellen Sinne der Verklärung, als auch im weiteren Sinne der Umwandlung) und die Frage nach der Eigenschaft Mensch sind philosophische Themen. Neben den Philosophen sind es die Kunstschaffenden, die sich intensiv auseinander setzen mit Fragen nach der „Eigenschaft Mensch“. Denn die Befindlichkeit einer Zeit und ihrer Gesellschaft sieht sich ständig im Wandel begriffen. Ihr Blick auf sich selbst und ihrer Beziehung zu ihrer Umwelt verändert sich fortlaufend. Dem Künstler – dem die Funktion eines introspektiven Mediums dieses Wandels zufällt – kommt es zu, diese Veränderungen und Brüche zu artikulieren und zu spiegeln und den Menschen bewusst zu machen. Ausgangspunkt des daraus initialisierten Schaffensprozess ist das geistige künstlerische Konzept. Im Akt der Ausführung vollzieht sich die Umwandlung in die Materie, dem für den Rezipienten sinnliche erfahr- und erfassbaren Ergebnis in Form des Kunstwerks. Im Betrachter – in der neuerlichen Umkehrung vom Materie zum Geistigen- vollzieht sich damit fortlaufend das Phänomen der Transfiguration.  Christine Penedsdorfer M.A.G. – Salzburg

 

WOHNTIPP STADT SALZBURG

„Trasfigurazione“, Festspielausstellung, der Berchtoldvilla 2010

„Trasfigurazione“ ist der viel versprechende Titel der diesjährigen Sommerausstellung der Berchtoldvilla, Berufsvereinigung bildender Künstler Salzburg, die am Donnerstag den 29.7.2010 um 19:00 in der Josef Preis Allee 12 durch Mag. Christina Penetsdorfer vom Museum der Moderne und Mag. David Brenner, LH-Stv. und Kulturreferent des Landes Salzburg, eröffnet wird. Paul de Doss Moroder aus St. Ulrich, Gino Prandina aus Vicenza, Peter H. Wiener aus Salzburg und Agnes Winzig, ebenso aus Salzburg, präsentieren in einer Gemeinschaftsausstellung ihre Arbeiten zu diesem philosophisch weit interpretierbaren Titel. Jeder der vier Künstler hat einen eigenen Zugang, eine eigene Sichtweise, eine eigene Technik und Formensprache, doch immer wieder Werkgruppen, Serien und Variationen zu diesem humanistisch und spirituell geprägten Themenbereich. Eine Gemeinsamkeit, die trotz Spartenvielfalt auffallend ist und sich wie ein roter Faden durch die Ausstellung zieht. Eine geheimnisvolle Intensität ist zu spüren. Paul de Doss Moroder ist Bildhauer und ein äußerst erfolgreicher Künstler im sakralen Bereich. Zahlreiche Kirchen, Kapellen und Klöster vom Norden bis in den Süden Italiens wurden von ihm künstlerisch gestaltet bzw. ausgestattet. Seine typischen, plastischen Arbeiten sind voll Kraft und Energie und erzählen Geschichten. Malerei ist jene Sparte, in der Gino Prandina aus Vicenza hauptsächlich arbeitet. Experimentelle Techniken, stark herausgearbeitete Gegensätze, angedeutete menschliche Formen und ungelöste Visionen verstärken den Eindruck, ständig auf der Suche nach Antworten und Erklärungen zu sein. Viel bleibt offen und wirft Fragen auf über die menschliche Existenz.

Vernissage: Do 29. Juli 2010, 19.00 Berchtoldvilla – Ausstellungsdauer: 30. Juli – 10. September 2010

„Trasfigurazione“ – Stadt Salzburg – Wohintipp 05/10/10 18:22      http://www.wohintipp.at/2010/jul/stadt-salzburg/btrasfigurazione

 

„Trasfigurazione“

ist der viel versprechende Titel der diesjährigen Sommerausstellung derBerchtoldvilla, Berufsvereinigung bildender Künstler Salzburg, die am Donnerstag den 29.7.2010 um 19:00 in der Josef Preis Allee 12 durch Mag. Christina Penetsdorfer vom Museum der Moderne und Mag. David Brenner, LH-Stv. und Kulturreferent des Landes Salzburg, eröffnet wird. Paul de Doss Moroder aus St. Ulrich, Gino Prandina aus Vicenza, Peter H. Wiener aus Salzburg und Agnes Winzig, ebenso aus Salzburg, präsentieren in einer Gemeinschaftsausstellung ihre Arbeiten zu diesem philosophisch weit interpretierbaren Titel. Jeder der vier Künstler hat einen eigenen Zugang, eine eigene Sichtweise, eine eigene Technik und Formensprache, doch immer wieder Werkgruppen, Serien und Variationen zu diesem humanistisch und spirituell geprägten Themenbereich. Eine Gemeinsamkeit, die trotz Spartenvielfalt auffallend

ist und sich wie ein roter Faden durch die Ausstellung zieht. Eine geheimnisvolle Intensität ist zu spüren. Malerei ist jene Sparte, in der Gino Prandina aus Vicenza hauptsächlich arbeitet. Experimentelle Techniken, stark herausgearbeitete Gegensätze, angedeutete menschliche Formen und ungelöste Visionen verstärken den Eindruck, ständig auf der Suche nach Antworten und Erklärungen zu sein. Viel bleibt offen und wirft Fragen auf über die menschliche Existenz.

Vernissage: Do 29. Juli 2010, 19.00 Berchtoldvilla  – Ausstellungsdauer: 30. Juli – 10. September 2010  –  M.Z. Salzburger Volkskultur

 

Salzburger Veranstaltungs-Tipp

[29.07.2010] [SALZBURG.AT]SALZBURG.AT 

In der Europaregion Salzburg ist was los.

präsentiert die interessantesten Veranstaltungen. Heute: Festspiel-Ausstellung in der Berchtoldvilla … Die diesjährige Festspielausstellung in der Berchtoldvilla steht unter dem Motto “Trasfigurazione”. Die Ausstellung in der Josef-Preis-Allee 12, Salzburg, ist bis 10. September 2010 geöffnet. Die Kunstschaffenden Paul de Doss Moroder, Gino Prandina, Peter Wiener und Agnes Winzig präsentieren ihre Arbeiten zum Ausstellungstitel “Trasfigurazione” in einer Gemeinschaftsausstellung. Sie alle haben unterschiedliche Zugänge und Sichtweisen und verwenden voneinander abweichende künstlerische Methoden zu diesem Thema. Trotzdem zieht sich der rote Faden derphilosophisch-spirituellen Herangehensweise an dieAufgabenstellung durch die variierenden Ergebnisse der drei Künstler und der Künstlerin. Paul de Doss Moroder ist Bildhauer und gestaltet vor allem Kirchen und Kapellen, seine typischen plastischen Arbeiten sind voll Kraft und Energie. Die Malerei ist die Sparte, in der Gino Prandina hauptsächlich arbeitet. Experimentelle Techniken, hervorgehobene Gegensätze sowie angedeutete menschliche Formen verstärken den Eindruck, er sei auf der Suche nach Antworten und Erklärungen. Der Bildhauer Peter Wiener schöpft aus der Natur, um die Eindrücke und die daraus resultierenden Erkenntnisse in Formen und Gestalten umzusetzen. Agnes Winzig zeigt in dieser Ausstellung großformatige Malereien sowie Arbeiten in den Sparten Zeichnung und Plastik. Durch ihre Kunst versucht sie Lösungsansätze für zeitaktuelle Problemstellungen zu finden. Die Berchtoldvilla ist eine Berufsvereinigung von mehr als 200 bildenden Künstlerinnen und Künstlern aus den Sparten Malerei, Bildhauerei, Objektkunst, Fotografie, Keramik, Design, Neue Medien und Schmuck. Das Erarbeiten gemeinsamer Ausstellungen, die Auseinandersetzung mit zeitaktuellen Themen sowie rege Auslandskontakte sind wichtige Grundlagen der künstlerischen Arbeit in der Berchtoldvilla.

Landkreis BGL Landkreis Traunstein SALZBURG.AT – Plattform für die Europaregion.   –   http://www.salzburg.at/themen/freizeit/event.html?NewsID=

 

Von Reinhard Kriechbaum reundlichen Grüßen

Ihr DREH-PUNKT-KULTUR team   – http://www.drehpunktkultur.at

31/08/10 Um die Fantasie in Schwung zu bringen, taugen Olivenbäume seit den Zeiten, da die Griechen sich ans Erdichten ihrer eigenen Mythologie machten. “Metamorphosen” heißt ein Zyklus von Klein-Bronzen, in denen man Abstraktionen ineinander verschlungener und verwachsener Stämme von Olivenbäumen ebenso erkennen mag wie solche von menschlichen Figuren. In diesen vielgestaltigen und mit jeder kleinen Drehung neuen Objekten werden altes Holz und lebendes Wesen auf geheimnisvolle Weise eins. Auch in einigen malerischen Arbeiten, die näher am menschlichen Körper bleiben, denkt man unmittelbar an Torsionen, wie sie den Olivenbäumen eigen sind. “Trasfiguratione” ist Thema einer Ausstellung der Berufsvereinigung Bildender Künstler, für die man erstmals mit dem Palazzo Bonaguro im Bassano del Grappa gemeinsame Sache macht. Agnes Winzig und Peter Wiener stellen von Salzburger Seite aus, der Maler Gino Prandina (Vicenza) und der Bildhauer Paul de Doss Moroder sind die Gäste. Nach der Präsentation in Salzburg wandert die Schau weiter, erst nach Verona und dann nach Bassano di Grappa. Künstler mit sehr ähnlichen Ansätzen und Absichten sind da beisammen. Auch den stelenartigen Objekten von Paul de Doss Moroder würdfe man jederzeit zutrauen, dass die Grundform unmittelbar in der Natur hochgeschossen sei. Aus Terrakotta oder Bronze sind diese Figuren, die sich als Heilige (Frauen vornehmlich) entpuppen. Der Weg in den Himmel ist bei den Engeln – dem Markenzeichen für Peter Wiener – gleichsam zwingend vorgegeben. Egal ob gegossen, gemalt oder gezeichnet: Es geht in beinah gotischer Manier aufwärts. Peter Wiener variiert so konsequent wie im Detail doch immer aufs Neue erfindungsreich die hoch aufschießende menschliche Grundform. Ob mit Flügel oder ohne, oder mal ganz ohne Engels-Anspruch als “Ballerina della luna”. Gino Prandina liebt die Bewegung, er malt spiralartige oder flammende Gebilde, von denen man annimmt, dass sie für Bewegung und mithin eben auch für “Trasfiguratione” stehen. Das Motto der Schau trifft also auch er ganz genau. Bis 10.9. in der Berchtoldvilla. – www.artbv-salzburg.com

 

FINIS VENIT

cioè “la fine, viene la fine”. Rappresenta mediante citazioni turneriane una visione apocalittico-escatologica, ma non priva di “senso”. E’ infatti il senso della storia quello che emerge nella direzione delle opere e giorni verso il “confine”. Apocatastasi e trasfigurazione si compenetrano nella sovrapposizione e articolazioni di curvilinei. Il Fine e il Senso rivelano l’orizzonte attuale del credente.          Cattedrale di Verona 2010

 

Brenner, bei Eröffnung der Ausstellung “trasfigurazione”  in der Berchtoldvilla

(LK) Gerade mit diesen beiden Ausstellungen werde die “art bv Berchtoldvilla” wieder ihrem eigenen Anspruch gerecht, die Auseinandersetzung miteinander oder mit aktuellen Themenstellungen sowie rege Auslandskontakte zu fördern, betonte Kulturreferent Landeshauptmann-Stellvertreter Mag. David Brenner heute, Donnerstag, 29. Juli, bei der Eröffnung der Ausstellungen “trasfigurazione” und “xu zhongou – in the name of calligraphy” in den Räumen des Landesverbandes Salzburg der Berufsvereinigung Bildender Künstler Österreichs in der Berchtoldvilla in der Josef Preis-Allee. Die Ausstellungen sind bis zum 10. September zu sehen. “trasfigurazione” wird danach ab 15. Oktober auch in Bassano del Grappa gezeigt. Es handle sich um zwei Ausstellungen mit höchst unterschiedlichen Künstlerinnen und Künstlern, mit höchst unterschiedlichen Herangehensweisen und ganz unterschiedlichen Interpretationen, so Mag. Brenner weiter: Auf der einen Seite vier Künstlerinnen und Künstler aus dem In- und Ausland, die sich mit dem Thema Wandlung, Verwandlung auseinandersetzen, und um chinesische Kalligraphie und Druckgrafik auf der anderen Seite. Der Begriff “trasfigurazione” bedeutet Verwandlung, Verklärung, Wandlung oder Umgestaltung, eine Thematik, die philosophisch weit interpretiert werden kann. In der Ausstellung könne man, so Mag. Brenner, nun unmittelbar erleben und erfahren, wie sich die vier Künstler Paul de Doss Moroder, Gino Prandina, Peter H. Wiener und Agnes Winzig diesem fundamentalen Thema genähert haben – nicht nur durch die verschiedenen Werk- und Darstellungstechniken von der Bildhauerei über plastische Arbeiten, die Malerei bis zur Zeichnung, sondern auch durch ihre manchmal wuchtig zur “An-Schauung” und Betrachtung gebrachten, manchmal aber auch latenten und ganz subtilen Ausdrucksweisen. o165-24 Salzburger Landeskorrespondenz, 29.07.2010

© 2010 Land Salzburg, Landespressebüro | www.salzburg.gv.at

 

Sulla mostra d’arte TRASFIGURAZIONE

 Palazzo Bonaguro Ottobre 2010

Un mese espositivo a Palazzo Bonaguro di Bassano della rassegna d’arte “Trasfigurazione”. Gli artisti Peter Wiener e Agnes Winzig di Salisburgo e Paul Moroder di Ortisei e Gino Prandina di Vicenza espongono le loro opere nelle 15 sale del prestigioso sito nei pressi di Ponte Vecchio. La rassegna conclude il percorso avviato a luglio a Salisburgo presso la Galleria Bercholdvilla, in occasione del Festival internazionale della musica, e dopo la tappa di settembre presso l’abside della Cattedrale di Verona. Importanti sono i patrocini per questa interessante esperienza: il Forum Cultura del Land Salisburgo, l’Ambasciata austriaca a Milano, la Diocesi di Verona con il Capitolo della Cattedrale, le Associazioni artisti per l’arte sacra di Vicenza, il Comune di Bassano del Grappa. Nelle intenzioni dei promotori l’inizio di una collaborazione fra Bassano del Grappa e Salisburgo: due grandi Città votate all’arte e alla cultura. Non solo un gemellaggio culturale ma pure un singolare confronto fra linguaggi e itinerari formativi molto diversi. Singolari le evidenze per una mostra di notevole spessore. Il presidente del land Salisburgo e assessore alla Cultura della Regione, che ha presentato la Mostra a Salisburgo ha inviato un messaggio letto da un suo rappresentante a Bassano del Grappa: “Credo che questo sia l’inizio di una splendida amicizia. Ho tra le mani il catalogo di questa prima mostra di scambio fra la Bercholdvilla Salisburgo e il Palazzo Bonaguro di Bassano del Grappa. Il primo passo è stato fatto nella speranza di una lunga e – per tutti i partecipanti – fruttosa collaborazione fra i rinomati Istituti culturali dell’Austria e dell’Italia. L’arte vive già dall’antichità come superamento dei confini, nazionalità e popoli. L’Europa cresce unita economicamente, socialmente e culturalmente. Questo ci conferma ulteriormente sulla via della collaborazione: solamente una sola lunga collaborazione fra due città di Cultura può sopravvivere alla globalizzazione europea. Le opere d’arte di Agnes Winzig, Gino Prandina, Paul Moroder, Peter Wiener dimostrano una grande sintonia come pure il fascino di espressioni artistiche così diverse. Auguro una buona visita alla mostra quale avventura culturale sul tema della “Trasfigurazione”. Lasciatevi coinvolgere dalla magia espressiva di queste opere!”

La rassegna d’arte si intitola “Trasfigurazione”: si tratta di pregevoli opere scultoree e pittoriche, alcune di grandi e grandissime dimensioni in alluminio e bronzo, ma anche in vetro, argento, pietra. (…)Con la pittura si esprime Gino Prandina di Vicenza. Nella rassegna presenta un caleidoscopio di tecniche pittoriche e materiali diversi: oro, catrame, carta, legno, argento, cera, lacche… Segni antropomorfi, visioni abbozzate esprimono emozioni e rinviano a domande sull’esistenza umana. Per la prima volta viene esposta la serie dei calici in argento della linea artistica “Braggio per l’Arte”, con cui l’omonima ditta gli affida la progettazione delle opere d’arte sacra di alta gamma. (…)      Articolo su La voce dei berici

 

GIORGIO PEGORARO assessore alla Cultura di Bassano del Grappa

Trasfigurazione è il titolo comune che è stato scelto per la presentazione di questa mostra ed è una parola carica di significati, che – a mio parere – possono tutti essere ricondotti a una sola trama, che tutti e tutto ricongiunge: subire una metamorfosi prodigiosa. Come sosteneva Giuseppe Antonio Borgese, che mi fu guida a Milano nella mia gioventù, “…che cos’è la poesia e ogni altra arte se non è realismo lirico, figurazione al tempo stesso e trasfigurazione?…” I quattro artisti si misurano al tempo stesso con la realtà e col sogno: nella diversità delle loro creazioni il segno può farsi musica e ritmo, e tutto si sdoppia restando complementare ed uno, gli spazi, i colori, le linee. Se ben vogliamo comprendere, abbiamo -in questo caso di artisti che tra di loro si trovano e si affratellano- un’ulteriore testimonianza di come si possa rendere visibile la parola dipinta o scolpita. Come dice Dante del buon Dio: “Colui che mai non vide cosa nova / produsse esto visibile parlare, / novello a noi perché qui non si trova” (Purg. X, 94-96), oppuresi può anche trovare, ma solo perché Dio ha instillato questo “visibile parlare” nello spirito di certi uomini.”

 

MARIA LUCIA FERRAGUTI

La Domenica di Vicenza – Ottobre 2010

«Papa Paolo VI, ricevendo nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964, gli artisti, nel Suo interessante intervento ebbe a dire: “Bisogna ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti… Non è che l’amicizia sia stata mai rotta, ma voi ci avete un po’ abbandonati… E noi vi abbiamo fatto un po’ tribolare… Rifacciamo la pace? Vogliamo ritornare amici?». È strettamente collegato al sempre attuale intervento del Pontefice l’esposizione, che attraverso le opere di pittori e scultori, vuole essere la testimonianza della voce di Dio. Si trovano nella rassegna i lavori di Gino Prandina, artista vicentino. Nelle opere lo spazio varia, attraversato da pennellate, che lo aprono e lo sfondano in profondità.

 

Palazzo Bonaguro, Bassano del Grappa (VI) 15 ottobre 2010

Davanti a voi, chi ora vi parla, è il vecchio assessore alla cultura, colui che ha voluto a suo tempo, quando si reggeva meglio in piedi, questa mostra carica di elementi simbolici e di riferimenti che si intersecano tra di loro nel segno della molteplicitá e dell’unitá, piena di finezze e invenzioni compositive e artistiche e soprattutto di genialitá creativa.

Il nuovo assessore Carlo Ferraro ha voluto che dicessi almeno qualche parola all’inaugurazione di questo evento, che gli artisti hanno voluto portasse il nome di“Trasfigurazione”, con chiara allusione all’apparizione prodigiosa di Gesú in divina bellezza e splendore accanto ai profeti Mosé ed Elia sul motne Tabor, un Gesú non piú umano, ma divino: è giá il tema della duplicitá, il Gesú terreno e il Gesú celeste, una duplicitá che ritroviamo anche nella presenza dei due profeti e nella riflessione sull’arte e poi … anche qui noi – forse piú banalmente- lo ritroviamo nel legame funzionale tra la grande Verona e la piccola Bassano, nei collegamenti culturali e linguistici tra Ortisei e Salisburgo.

La trasfigurazione (ma Matteo, uno dei tre evangelisti, che citano l’evento, usa un vocabolo che nasce in lingua greca ed è sinonimo di trasfigurazione, e cioèmetamorfosi )avviene sul Monte Tabor, un dosso isolato di forma conica che emerge per circa 600 metri sulla pianura di Esdrelon nella Galilea. Il mare si trova a circa 500 metri. Sulla cima del Tabor oggi una basilica bizantina e due cappelle dedicate a Mosé e ad Elia ricordano il sacro e misterioso evento: l’umanitá e la divinitá del Cristo, la trasfigurazine voluta dalla divinitá, che ha una qualche umana somiglianza con quella che è tipica dell’arte, perché –come di buon Dio ci ha concesso- l’arte trasfigura la realtá.

L’assessore alla cultura della regione di Salisburgo, David Brenner, cita nel catalogo della mostra una celebre frase derivata dal film Casablanca:” Credo che questo sia l’inizio di una meravigliosa amicizia”. Credo che voi sappiate che chi vi parla in questo memento non è un critico d’arte ma piuttosto un letterato, che si è dedicato allo studio delle parole, un filologo insomma: forse una figura non proprio indicata ad aiutarvi nella comprensione di queste opere d’arte. Sono comunque convinto che anche attraverso certe parole significative voi potrete avvicinarvi a queste manifestazioni che nascono dall’animo, perché l’arte (e qui mi rifaccio al titolo della mostra ) trasfigura la realtá e tutti quelli che si sono dedicati alla lettura del Vangelo avranno scoperto che la trasfigurazioneserví a fortificare l’uomo Cristo in vista delle sofferenze e della morte. Fu insomma una visione anticipata della futura gloria di Cristo. Vorrei insistere sul concetto di David Brenner, la meravigliosa amicizia che coinvolge persone soprattutto, ma anche lingue e culture: noi cercheremo di fare qualche piccola osservazione che metta in rilievo come non solo le persone, ma anche le cose possono –per cosi dire- stringersi la mano. Per esempio anzitutto i collegamenti dei uoghi: Verona e Bassano che sono poste come al confine tra i monti del grande Nord e la pianura, e poi quella regione trilingue (tedesco, italiano, ladin), che ha come centro Ortisei (St. Ulrich) e si congiunge con la realtá dell’Austria, in particolare con la mia amata Salisburgo. Una Verona tutta italica, una Bassano che nei suoi figli si sente vicina a quel luogo meraviglioso da cui provengono i pittori Dal Ponte, che è l’Altopiano dei Sette Comuni di Asiago, ove si parla anche una delle mille varianti del tedesco, quindi giá una presenza della cultura germanica in questa sede, ma certo ancor piú in Sankt Ulrich, l’Ortisei della Val Gardena, ove –come ho giá detto- accanto al tedesco convivono anche il ladino e l’italiano, un luogo dove trionfa l’intaglio del legno e cioè giá l’arte della scultura. Insomma tutto un legame che prelude all’amicizia cui faceva allusione David Brenner, tutta una serie di legami che va al di lá della lingua, quando pensiamo – come ci spiega Danila Serafini- che per esempio Paul Moroder opera a stretto contato con un liturgista (un esperto del mondo della Chiesa) e con un architetto, con il quale afrronta per i suoi bronzi e per le sue pietre le tematiche dell’occupazione dello spazio.

E cosí in Agnes Winzig, che –come sostiene il prof. Schönwetter- cerca e parla le lingue degli oggetti del mondo, che lei sa interpretare e fa tra l’altro in modo che gli olivi, testimoni di mille vicende, personaggi della nostra attuale, ma anche della nostra passata esistenza, ch in se stessi raccolgono centinaia d’anni di vita, possano raccontare le loro storie. Ma vi voglio anche citare una osservazione meravigliosa di Agnes:”L’arte è uno stimolo, che ci conduce all’incontro con ció che le cose sono in se stesse”.

E cosí nel catrame liquido di Gino Prandina, nei suoi pigmenti, il nero dell’ombra è come il mistero che avvolge le cose quel baluginare di luce e ombra sottolinea che il morbido gioco chiaroscurale che in Gino Prandina è cosí tipico: le nerezze all’ombra come mistero, come la nebbia (IHWH) che cancelló la visione dei tre personaggi celesti agli occhi dei tre Apostoli. La luce che i suoi catrami o le sue ombre fanno nascere appartiene in fondo al morbido gioco chiaroscurale della terra veneta ed è congiunto con la ricerca di una verità nascosta. Lasciatelo dire al nostro artista: il suo –cito- “è quasi un percorso che si snoda a partire dalle ombre … e arriva ai chiarori dell’alba, dal rosso del sole e del fuoco fino alla preziosa sacralitá dell’oro”.

In Paul Moroder dё Doss c’è –come splendidamente osserva la critica Danila Serafini- questo suo tipico accostamento tra “ i timbri rilucenti del bronzo e quelli … silenti della pietra”. “La sua attenzione è sempre volta a non impadronirsi di troppo spazio” come appunto Paul volesse non cedere all’artificio e alla retorica, ma mettere in rilievo la lettura degli assunti religiosi nella sua arte, nella quale trionfano la lirica compostezza e il sincero sentimento, la perfetta tecnica e la superba fattura.

In Peter Wiener dopo l’affermazione nelle prime opere di una ricerca applicata alle catene montuose e alla complessitá delle valli, non vi è una pura e semplice rappresentazione della realtá, e nemmeno una ricerca fondata sull’astrazione, ma soprattutto –specie nelle realizzazioni piú recenti- il tionfo di nuova dimensione che è la sfida della luce.

Ma noi abbiamo cominciato nel segno del monte Tabor, ove avvenne la sfolgorante visione di Gesù con Mosé ed Elia, in cui lo splendore del volto di Cristo, la luce delle sue vesti è in fondo l’irradiazione della trascendenza e vorrei concludere con la citazione da Matteo, uno dei tre evangelisti che parlano della metamorfosi di Cristo “… Risplendette il suo volto come il sole e le sue vesti divennero bianche come la luce … Insomma la trasfigurazione di Cristo viene assunta nella nostra interpretazione a simbolo dell’arte, che è un modo per guardare dentro alla realtá, per ricreare la realtá, cosí come Cristo mostrava se stesso in una sfolgorante visione, una visione anticipata della sua futura gloria, l’irradiazione della sua trascendenza. E allora permettetemi di fare una riflessione sulla parola trasfigurazione che – come ho giá detto- ha anche come corrispondente in italiano un vocabolo preso a prestito dalla lingua greca, metamorfosi. Ma in tedesco – anche nel segno della duplicitá– trasfigurazione si dice Verklärung, una parola che indica al tempo stessol’illuminare e il trasfigurare, perché la luce crea e ricrea e l’arte scopre ció che invisibile rendono visibile ci´che non ha luce, che è nascosto. L’arte trasfigura la realtá, di Kunst verklärt die Wirklichkeit. L’arte ha come compito, come disse Papa Adriano I giá alla fine dell’VIII secolo, di demonestrare invisibilia per visibilia, cioè comunicare le veritá nascoste facendo in modo che divento visibili: ed è cosí che l’arte puó offrire un nutrimento allo spirito di chi sa guardare.

Giorgio Pegoraro – inaugurazione di “Trasfigurazione”

 

Pittura e scultura Nuovi percorsi di Trasfigurazione

MOSTRE /1. A Bassano dopo Salisburgo

Espongono Wiener, Winzig, Moroder e il vicentino Prandina È aperta nelle 15 sale di Palazzo Bonaguro a Bassano la rassegna d’arte “Trasfigurazione”, protagonisti Peter Wiener e Agnes Winzig di Salisburgo, Paul Moroder di Ortisei e Gino Prandina di Vicenza. La rassegna conclude il percorso iniziato a luglio a Salisburgo alla Galleria Bercholdvilla, in occasione del Festival musicale internazionale e proseguito con la tappa di settembre nell’abside della Cattedrale di Verona. Si tratta dunque di una “mostra di scambio”, una specie di gemellaggio culturale fra Bassano e Salisburgo: due città ugualmente votate all’arte e alla cultura.La rassegna s’intitola “Trasfigurazione”: si tratta di pregevoli opere scultoree e pittoriche, alcune di grandi e grandissime dimensioni in alluminio e bronzo, ma anche in vetro, argento, pietra. (…) Con la pittura si esprime Gino Prandina di Vicenza. Esperimenti tecnici, espressioni molteplici, forme umane intuite, visioni abbozzate esprimono una grande carica emotiva e ricerca di risposte… e le molte risposte rinviano a nuove domande sull’esistenza umana. I materiali usati da Prandina spaziano dall’oro al catrame liquido, dalle lacche cinesi ai colori in polvere (indaco) africani e indiani.                IL GIORNALE DI VICENZA 26 ott. 2010

 

MARIA LUCIA FERRAGUTI

La ricchezza del richiamo evangelico della Trasfigurazione motiva l’esposizione, che diventa scoperta e rivelazione di un’arte protesa verso la spiritualità. Per attivare una maggior conoscenza è stata organizzata la mostra itinerante “trasfigurAzione”, che si basa sull’attività di Peter Wiener ed Agnes Winzig di Salisburgo, Paul Moroder dë Doss di Bolzano e Gino Prandina di Vicenza. Dopo Bertholdvilla di Salisburgo e della Cattedrale di Verona, la mostra trova il suo punto di arrivo a Palazzo Bonaguro a Bassano. Colpisce negli artisti dotati di carattere e di accesa individualità trovare una precisa forma all’anelito verso il trascendente, che nella scultura si manifesta anche nella grande misura in alluminio, bronzo e inoltre in vetro, argento, pietra.

(…) Gino Prandina articola segni ogivali in pittura, in visioni di forme architettoniche, sull’idea di una cattedrale celeste posta su un punto d’arrivo cosmico. L’immediata gestualità circolare porta all’intuizione di uno spazio profondo suggerito dal roteare dei segni, che riprendono e trascendono pareti, costoloni ed archi rampanti, sfondano intuibili pareti per arrivare, fra calde tonalità cromatiche, alla presenza della luce. Alle opere sperimentate con «l’uso del catrame su supporto di carta intelaiata» Prandina espone, per la prima volta, un calice celebrativo, della serie dei calici in argento della linea artistica “Braggio per l’Arte”.

La domenica di vicenza – Novembre 2010

 

TRASFIGURAZIONE

 Una mostra generosa di lavori plastici e pittorici, apprezzabile per la ricchezza e la qualità delle opere esposte. Interessante il dialogo tra la scultura e la pittura; in particolare per i quadri di Prandina. Mi sembra che il fondamento di questo dialogo sia la contrapposizione tra le categorie del caldo e del freddo. Contrapposizione che esalta sia le sculture ( in particolare alcune ) che le pitture, come in un gioco di figura/sfondo. I quadri di Gino sono un riposo che stempera un’atmosfera satura di “deità numinosa”. Il calore dei bruni e dei rossi e anche del nero del catrame che è comunque riscaldano una riflessione plastica spesso “nordica”, fredda. La morbidezza delle forme accentua il tono emotivo decisamente “caldo” delle pitture. Caldo anche l’accordo bianco nero. Leggendo le opre di Gino da me, pittore, è trovo sia molto felice l’uso del bianco ( nei fiori per esempio ) – il classico, dei neri e i rossi – ma anche l’uso dell’arancio (che non avevo mai visto nella sua produzione) non posso che approvare, anche perché arancio e bianco è un accordo che io ho usato spesso e volentieri! Su tutte le opere si sente la propensione alla forma e alla terra, anche vulcanica (L’influsso del mediterraneo?) certe pennellate troppo “pesanti” o “sporche” sono equilibrate dalla freschezza del gesto, che compensa ampiamente il tutto.

 

INTERVISTA

di Paolo Bortoli 7-11-2010 

Ho trovato interessante il dialogo tra la scultura di Wiener e la pittura di Prandina: E’ vero, riscopro la vocazione a una pittura “nordica” in grado di compensare il calore del mediterraneo con una pennellata più riflettuta. 

Mi sembra che il fondamento di questo dialogo sia la contrapposizione tra le categorie del caldo e del freddo.  Contrapposizione che esalta sia le sculture ( in particolare alcune) in un gioco di figura/sfondo. Partendo dal contrasto di queste due categorie, che mi hanno fatto vedere meglio i tuoi quadri, mi sono venute in mente alcune riflessioni. Si, il gioco dei contrasti rende il tutto più leggibile, credo siano molte le differenze di approccio al tema, ad esempio il contrasto “luce – tenebre”. Il senso del mistero incute anche il senso dell’alterità e dell’”incombenza”… R.Otto parlerebbe del TREMENDUM, del numinoso.

I tuoi quadri in questo contesto “freddo” li ho visti al meglio. Il  contrasto con le corazze metalliche e spigolose degli angeli di Wiener,  esalta il calore dei bruni e dei rossi e anche del nero del catrame che è comunque caldo. La morbidezza delle forme accentua il tono emotivo decisamente “caldo” delle tue pitture. Inevitabile per me l’orizzonte di un approccio all’umano più mediterraneo e più “corporeo” e sensoriale.

E per l’uso del rosso e dell’aranciato?

Pensavo a Turner

Talvolta ti lasci andare a pennellate “pesanti” o “sporche” ; sono solo gestualità? 

Nella gestualità pittorica è un rischio che si corre sempre. La nitidezza emerge dopo tanto lavoro che purtroppo non posso applicare in maniera continua, o non quanto vorrei. Confido di riprendere nei due filoni: quello mistico dei lavori con fondo azzurro e quello dei corpi analizzati con la pittura a resina e catrami.

Paolo Bortoli su Gino Prandina

Bassano del Grappa, Palazzo Bonaguro,  sabato 6 novembre 2010

 

Reggenza Comunità Montana 7 Comuni – Asiago (VI) 
 10- 21 agosto 2011

Gino Prandina, insegue, nella sua poetica attraverso il segno e il colore, un’idea di vortice, che pari ad una voce d’eco originaria scorre nell’ascesa verso l’origine della luce. Sulla ricerca della fonte luminosa Prandina intraprende un viaggio di segni, da interpretare per il loro valore simbolico ed emotivo, che costruiscono nell’accelerazione del moto lo spazio interno di sacre architetture. Lo spazio, nel definire l’ambiente, appare espressione di una metafora privata della conoscenza e nello stesso tempo assume un valore pubblico nel precisare la fonte luminosa. Simile ad un progettista Prandina estende lo sguardo attraverso segni a vortice aspiranti all’ascesa; inserisce in forme circolari brani di giallo, così da circoscrivere luminosità concentrate; le sviluppa quantitativamente nell’introdurre nuove occasioni di chiarori. Entrano accerchiate da trame di larghi segni di colore nero bituminoso, in una materia aspra nel precisare energiche aperture sfondanti dello spazio. I quadri hanno un’intonazione notturna resa dalla cupa dicotomia del largo tracciato, che pone in risalto d’improvviso, nelle aree circolari, una rinnovata luminosità. Altri dipinti sviluppano un richiamo diverso: lasciano a segni circolari, leggeri nell’impulsività del gesto d’ampio respiro, indicare nell’andamento il richiamo sorgivo di una luminosità perenne. Segni s’affollano lievi mentre s’intersecano con intuitivi tratti pittorici ed indicano, tra sciabolati cromatismi nell’esito di un’ampia gestualità, il richiamo ad architetture aperte all’infinito, di forme ogivali, di presenze vitree in grandi aule cariche di silenzio e di attese, nella suggestione cromatica di un azzurro trasparente. Un’attitudine diversa all’interno della mostra caratterizza alcune forme dalforte impatto cromatico, dominata da un rosso intenso, dal richiamo espressionista-astratta, piuttosto lontano dalla pittura dal richiamo aereo. Una scelta sostenuta dalla presenza del colore, simile ad un’energia in crescita, mossa sulla voce di un richiamo primordiale, incombente nel dominare, nella sinuosità della forma, lo spazio. L’artista attivo fin da 1980, espone in numerose mostre nazionali ed estere. Numerose sono le mostre e le sue opere si trovano in gallerie pubbliche e private.         Maria Lucia Ferraguti

 

ASIAGO – Palazzo del Turismo – Personale d’Arte – agosto-settembre 2017

Le opere di Gino Prandina presentate ad Asiago, sono in gran parte inedite, e rievocano tracce emotive profonde denunciate da velature, colature, spruzzi di colore sulla tela o su pasta di legno. L’autore utilizza una tavolozza rarefatta, composta dai tre colori arcaici: rosso, nero e bianco. Già questa scelta indica un’indagine coerente e compatta, in cui prevale il senso della pittura intrisa d’elementi di natura. La pittura e l’azione artistica di Gino Prandina sono frutto di un lungo lavoro di studio e di ricerca sul segno; l’azione pittorica cristallizza stratificando tempi lunghissimi d’osservazione e infine traducendoli in sofisticata ricerca estetica e insieme gestualità mai casuale. I soggetti floreali, spesso orchidee, sono il tema dietro al quale ad uno sguardo attento si nascondono e si rivelano temi dal forte connotato antropologico e sensoriale. Le immagini sono plasmate da riverberi di luce ed emergono, quasi gallegiano sulla superficie, come da spazi freschi e ombrosi. La prima sensazione è quella di un gradevole giardino nella penombra, a cui succedono altre emozioni e suggestioni: “sembrano” fiori e paesaggi ma – afferma l’autore – non è questo il tema principale del discorso. La pittura e l’azione artistica proposta in questa rassegna ad Asiago rappresentano una scelta tematica di approfondimento che Prandina riprende mediante l’inconfondibile gesto pittorico; reduce dalla “pittura d’azione”, dedito alla “painting meditation”, qui conferma ulteriormente una gestualità tutt’altro che casuale. L’istintualità si arrende al rigore narrativo, le folgorazioni del pensiero attendono la precisione chiaroscurale, i clamori luministici descrivono apparizioni, le dissolvenze aprono varchi temporali e spirituali. Simili a pitture primitive, conquiste o ricordi del cammino, le opere appaiono, emozionanti, come incise sulle pareti della “caverna” filosofica: memoria, esperienza, linguaggio, conoscenza, propiziazione, atto religioso, libertà dell’artista e bisogno di narrazione. Gino Prandina in questa rassegna ad Asiago segue il richiamo dell’Oriente, sospendendo temporaneamente la pittografia dedicata alla poesia haiku giapponese, ed avvia nei dipinti un nuovo ciclo dedicato alle orchidee, le più emblematiche tra i fiori, le regine esotiche di tropicali territori. La pennellata vibrante sul ritmo lirico dei versi cede alle precise forme delle antichissime specie di orchidee Bletilla Striata, Tigre, Phalenopsys, Irene, Vanda. Solo alcuni petali di fioriti iris trasferiscono verso lo spazio le suggestioni di una pittura non pensata ed aperta verso l’infinito. Le orchidee, ingigantite nel formato, rigogliose nell’algida composizione, perfette nella voluttà del segno sinuoso che le rinserra, conquistano per colore la loro “divina” bellezza. Sullo sfondo vitale aprono petali di un bianco incorruttibile, altre scoprono gamme cromatiche tra il nero e il liquirizia, mentre altre ancora, elegantissime, risplendono del più orientale fra i colori, il fastoso ossido rosso veneziano.  Maria Lucia Ferraguti

 

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