Testi critici dal 1996 al 2000

TESTI CRITICI su Gino Prandina, pittore, dal 1996 al 2000

Dall’inaugurazione della Mostra IMMAGINI E SIMBOLI

Simboli sono significati profondi che nutrono lo mente. Al tocco del simbolo lo sguardo banale, opaco si accende, si illumina, si slancia oltre il confine delle parole, oltre lo schermo delle abitudini: tu fai l’esperienza dello sguardo illuminato, e diventi scopritore, costruttore di significati.Una goccia di rugiada, un raggio di luce, il sorriso di un volto possono spalancare le porte della percezione (Huxley) ed espandere lo coscienza verso quelle esperienze di pie­nezza che lo psicologo americano A. Maslow chiama peack experiences. L’arte poetica di Tagore aiuta a capire il cammino della mente all’intelligenza dei simboli: “Viaggiai per vasti mari e alti monti, e non mi accorsi della goccia di rugiada sulla spiga di grano, accanto a casa mia.” Viaggiai… il vero viaggio è interiore: dietro le pupille dello sguardo illuminato vedo in modo nuovo, con insolito stupore, l’infinita Gratuità. Simbolo è scrigno di significati importanti che parlano all’io profondo.Posso svegliarmi al mattino in modo banale, scolorito, ma posso anche evocare nel nascere del giorno l’emozione di ogni nascere; posso celebrare lo gratuità della vita e respirare lo grazia di essere vivo; posso esercitarmi a vedere, sentire, gustare, toccare come fosse lo prima volta. Ogni mattina il tocco della Luce (DIVI mi rinnova il dono della vita. Con l’aiuto del simbo­lo dò volto alle cose, le lascio parlare, mi apro alla gratuità, che è sorgente di pace. Posso rimanere a lungo a guardare il mare senza risonanze, senza emozione… ma se l’immagine diventa simbolo il mio essere viene mobilitato… mi calo nell’acqua, mi conce­do all’onda, evoco lo nostalgia di un abbraccio materno che mi avvolge nella sua sicurezza. I simboli educano all’occhio penetrante (quel terzo occhio della spiritualità orientale) a percepire lo stupore della realtà invisibile agli occhi fisici. In principio è lo stupore: lo stupore è fonte di conoscenza. La ginnastica de pensiero simbolico popola di senso anche le umili cose, gli umili gesti di sempre, e riscatta lo grigia quotidianità. Si può stabilire un ponte tra lo cuJtura vedica e il nostro orizzonte culturale: che cosa dà significato alla voglia di vivere? E attuale il mes­saggio del simbolo, vissuto e celebrato nei riti laici della vita. In sintesi, i simboli sono lo base della comunicazione, di un linguaggio universale. S.Freud pensava all’inconscio come a un deposito di istinti oscuri e irrazionali, ma il disce­polo K.Yung rifiutò, affermando che nella psiche si nasconde un ricco capitale di immagi­ni attraverso le quali l’uomo si comprende. Noi riteniamo che i simboli siano significati che parlano alla mente illuminata. Le esperien­ze più impegnative e importanti si esprimono per mezzo di simboli. Essi sono lo sorgente di conoscenza intuitiva e immediata che dà qualità alla vita; essi esprimono il linguaggio alto della mente, sono la lingua comune delle culture. Per mezzo dei simboli l’uomo diven­ta scopritore e portatore di senso. L’uomo si capisce attraverso i simboli che non si possono definire, imprigionare in gabbie di parole ma si aprono su un’oceano di pensiero: “l’uomo è profondo come Oceano” (Agostino di Ippona). Come apprendere lo lingua, vocabolario dei simboli per comunicare bene con sè, con gli altri e con il mondo? L’arte pittorica di Gino Prandina educa a valorizzare il linguaggio dei simboli nelle sempli­ci esperienze: lo musica dei colori, le ombre degli oggetti, il fluire delle nubi, lo fragilitàdelle foglie, lo profondità infinita del cielo, il vorticoso avvicendarsi degli eventi. Sequenze di occhi spalancati, improvvise illuminazioni su universi sconosciuti danno l’ebbrezza di essere come bambini che giocano sulla spiaggia dei mondi.

Gabriele Gastaldello

 

DA IMMAGINI E SIMBOLI

Avevo già visto una di queste opere in occasione di una visita alla mostra di Firenze: una cornice blu con un’ala d’oro: poi quando l’ho rivista mi sono ricordato di quella prima impressione: una bella opera, un lavoro concettuale che apre la ricerca mediante la perdita della superficie, la voluta fuga dalla narrazione. Dopo una pausa di riflessione questi nuovi quadri rappresentano una evoluzione del pen­siero, che in ogni caso apre a sua volta ad un ulteriore approfondimento. Il periodo dei fondi blu o quello dalle campiture piatte e dei simboli avranno senz’altro un’evoluzione: rimetteranno in discussione i valori plastici per riassumerli poi in maniera nuova. Mi piacciono quelle forme a spirale, insieme agli accosta menti di rosa e blu molto tonali: alludono a spazi onirici, spazi del pensiero. Interessante la concezione formale e struttura­le: simmetrica e regolare in alcuni quadri, libera e inclinata in altri. La sensazione prodotta è, sulle prime, una specie di sconcerto, anche perchè la nostra cultura occidentale non è più allenata a decifrare i simboli che indicano sintesi, essenza. Ma in un secondo tempo si prova un senso di liberazione, quella liberazione che molti artisti desiderano raggiungere. La sintesi, frutto dell’analisi, suscita questa liberazione, ma non è facile da conquistare. C’è un senso di liberazione, uno stato contemplativo: considerare l’oggetto “alto”, riattribuendogli la giustizia che esso merita. E qualsiasi oggetto per quanto piccolo, infinitesimale ha diritto a tale apologia. L’arte invoca questa libertà, quel­la che non dipende dal mercato o immediatamente dai giudizi dello spettatore. Qui si tratta di fare arte in maniera impegnativa, non pienamente attingibile, forse difficil­mente abbordabile ai più. Richiede uno sforzo di comprensione superiore ad altre opere magari più riéèhe di cromatismi. Viene esercitata una eccitazione della fantasia e l’eserci­zio del pensiero.” Simbolo è mediazione. Si tratta dunque di lavori nuovi, diversi dalle precedenti estrinseca­zioni dell’espressione di personaggi rappresentati. Qui l’oggettività è frutto di elaborazio­~e mentale, ricollegamento oggettivo di tipo citazionista. E rappresentazione degli oggetti ai quali vengono attribuiti significati diversi, evocazioni; è suggerimento di un “oltre” che si nasconde negli oggetti apparentemente banali. Questo modo di fare arte si pone dentro la ricerca. L’arte trova senso, nella ricerca, anche se sarebbe presunzione considerare questi lavori un punto di arrivo. E l’ouverture ben pre­sentata, pulita nell’essenza, di un percorso solo intrapreso. E questo percorso è fatto di continue sfide che si giocano nella solitudine con sè stessi, çhiusi nello studio nella condizione creativa più bella e quotidiana. E una ricerca di essenzialità: nel minimo indispensabile di campiture di colore ricercare il massimo dell’effetto. Il risultato, raffinato, rinvia ad infiniti interrogativi.

Dario Xausa – pittore

 

DA IMMAGINI E SIMBOLI

 

Con questo intervento non intendo tanto soffermarmi sui significati particolari che ciascuno delle opere di Gino Prandina potrebbe evocare, quanto riferirmi all’evento artistico che esse mediano. Questo mostro costituisce un’offerto di significato per lo riflessione o non piuttosto apertura o domande e ricerche fondamentali? A mio avviso qui non si trotto tonto dell’offerto di formule, di verità o imperativi, quanto dell’invito od entrare in un orizzonte di significato che viene aperto. In questo senso generallo un evento di ricerco. Esse invitano all’evento originario, primor­diale in quanto ovviano o cogliere ciò che è il cuore dello realtà e che dischiude il signifi­cato dell’universo cosmico, storico, trascendente. In tutto ciò diventano un appello all’uomo o riconoscere il proprio destino e lo proprio dignità: si può perciò dire che questi lavori hanno un’autentico valenza metafisica ed etico. Considerando poi lo portato comunicativo e conoscitivo delle opere è do chiedersi fino o che punto esse possono realizzare autentico comunicazione. Do un loto è evidente che esse contengono, benchè nascosto, uno concettualità che domando di essere reso esplicito e condiviso, peno lo sviamento dello comunicazione. Dall’altro pongono lo questione se si dio uno concettualità universale che quindi l’opero dovrebbe evocare o risvegliare -, oppure se questo concettualità vado conquistato attraverso un commino percorso Insieme. In quest’ultimo senso ritengo questo un evento artistico, apertura e produzione dell’artista. E l’artista lo narro in termini formali facendolo diventare evento transsoggetivo e dunque comunicabile. Questo comunicazione trans-soggettiva che conduce all’apertura dell’orizzonte di senso divento appello alla libertà: lo presume e lo suscito. Nel contempo queste opere sono un invito o trascendere lo sfera dell’immediatezza e delle apparenze sensibili per cogliere il mistero che avvolge tutto lo realtà, cosmica, antro­pologico e trascendente. Questo mistero non impoverisce le realtà sensibili (ci vuole infatti sempre uno mano che opero e delle mediazioni materiali) ma mostro come tutte le realtà, sensibili o diverse dallo sensibilità sono chiamate o trovare il loro ridimensionamento (non sono il tutto!) e lo loro dimensione (nel tutto trovano il loro significato). Così questo impresa affermo nel suo porsi lo possibilità per l’uomo di attingere il mistero che lo avvolge e lo costituisce. Contemporaneamente divento ricerco coraggioso in quanto scommette sulle capacità del­l’uomo d’oggi: l’uomo immerso nell’universo tecnico e dominatore dello realtà sarà capace di “accogliere” più che di “cogliere”?

Roberto Tommasi

 

Dall’inaugurazione della mostra  Alla Gipsoteca Canoviana di Possagno (TV)

 

Con cura e con grande impegno giunge ad un nuovo traguardo espositivo Gino Prandina, qui a Possagno, la patria di Antonio Canova E’ un prosieguo di qualificanti iniziative, che da qualche anno l’artista propone, con l’unico scopo di esternare, di far percepire e di suggerire il suo modo di “sentire”, fatto con acquerelli e con dipinti dalle tecniche miste. Ancora una volta, immagino, l’organizzazione di questa mostra non è stata complessa. Il suo costante impegno è ricco, infatti, di una produzione artistica continua, che scandisce così il suo vivere ed il suo operare. Prandina utilizza una tavolozza trasparentissima, dove il colore blu è di casa. Usato puro, nell’astratto molto espressionista come lui ama definire le sue opere in cui si stendono pensieri, sensazioni, ricordi, improvvise emozioni; mai palesi, man sottraendole dal suo intimo e affidandole all’azione meccanica del pennello, magistralmente guidata dalla sua abile mano. Una nuova strada a lungo ricercata, per così dire? Non credo. Ma che frutti sa cogliere in questa sua disciplina “quotidiana”! Michel Tapié sottolineava che l’arte in genere si fa altrove, fuori, su di un piano diverso da quello della realtà che percepiamo: l’arte è altro. Grovigli di segni, macchie di colore, stesure ampie. Questo è il suo linguaggio. E’ forse il modo per liberarsi dal senso di inquietudine che la vita dei nostri giorni ci infonde? Anche lui coglie i cambiamenti della luce, dei colori della natura, dell’acqua, della forza del vento, continuando a inseguire i mutamenti per riuscire a carpire il giorno che fugge. Con Gino Prandina continua, cosi, la serie delle illiziative culturali che si svolgono negli spazi contigui alle dimore canoviane. Un luogo che vorremmo poter valorizzare al massimo. Sempre più speriamo di poter affidare ad importanti avvenimenti l’utilizzo di questi eterni ed amati spazi. L’arte in questi luoghi vive con quanto il sommo Canova ha lasciato all’umanità. L’artista di oggi continua a creare, con nuove proposte testimoniando con le sue opere la presenza costante di un ricco pensiero e di una profonda sensibilità.

Mario Guderzo

Presidente della Fondazione Canova, 31 maggio 1998

 

Dalla mostra L’ATTESA

 

La vicenda di Gino Prandina, pittore, è abbastanza remota e complessa: inizialmente tentato da tendenze secessioniste e simboliste, non disdegnando nemmeno l’assemblaggio e le lusinghe dell’ art decò, rielabora lentamente le molte suggestioni iconiche dell’espressionismo e dell’orientalismo per approdare, nei primi anni Novanta, a fitoantropomorfismi graficamente elaborati, a volte ossessivi, con qualche reminescenza cubo-surrealista ancor memore di esiti della pittura europea anni Trenta. Difficile la decantazione del simbolo che, per ragioni culturali ed etiche, lo trattiene fino alla metà di questo decennio: quindi, lentamente, la scrittura si scioglie, il paradigma si allenta, il colore si fa introspezione psichica, diversi orizzonti e diverse tendenze si insinuano a dilatare la forma sino a farla sfumare in evanescenti apparenze che cedono al puro cromatismo il compito di far emergere in superficie scritture segrete, arcani contenuti, geroglifici memori della americana “scuola del Pacifico” e delle inquietudinigorghi oscuri fanno emergere in superficie un vissuto che inaspettatamente racconta di sofferenze ancestrali, calate nel profondo dell’umanità e della storia, di cadute e salvezze, che sono quelle della crisi dell’arte europea di metà secolo, dalla lacerazione esistenziale alla speranza, dall’annientamento formale nel tachisme alla ricostituzione di una intelligibile scrittura affidata alle potenzialità comunicative ed emozionali del gesto cromatico e dell’organismo pittorico in un intrico grafico, a volte ermetico, che insieme trattiene e rivela, nei reticoli guizzanti, una verità interna pronta a convertire in assoluti ideogrammi i limiti dell’irrazionale e del razionale, dell’essenza universale e del contingente: formulati per essere portatori di un messaggio di forza espressiva e di profonda spiritualità.

Flavia Casagranda

 

Dall’inaugurazione della Mostra ad ASOLO Fondazione USA / C.I.M.B.A. architettura

 

Le rappresentazioni di Gino Prandina sono prevalentemente simboliche, anche dove si individua un oggetto, una figura, un elemento, l’osservatore non ha mai l’impressione di aver esaurito 1a visione. Il simbolo rinvia ad altro, ad altrove, perchè tutta la realtà, nella sua più vera oggettività, ci sfugge. Noi, nel quotidiano, percorriamo le vie fenomeniche conosciamo le consuete forme del divenire, della cultura, dell’interpretazione. Eppure ogni esperienza ci lascia inappagati, come se ogni cosa emergesse appena da un fondale sconosciuto (la verità) dal quale siamo attratti e verso il quale vorremmo andare. Le opere di Prandina fermano la corsa sulle superfici delle cose e immergono nell’essenziale, nel sotterraneo oggettivo, sulle orme di un sentiero che ci pare aver interrotto tanto tempo fa. E scopriamo un universo, laggiù nei fondali, o forse lassù nell’infinito, semplice, quasi ridotto all’unità, ma carico di energia e di vita spirituale; la luce zenitale delinea gli orizzonti dell’io – ora riappropriato – senza ombre, senza alcuna parvenza. Solo davanti all’Eterno.

Giancarlo Cunial, maggio 1998

 

Dalla mostra nella Chiesetta di San Marco – Marostica

 

Questa mostra corrisponde alla volontà dell’Amministrazione Comunale di proporre, tra le attività culturali più rilevanti della nostra cittadina, gli appuntamenti espositivi in chiesetta San Marco rendendoli sempre più qualificanti. Dai suoi esordi, circa quattro anni fa, le iniziative promosse in questa sede l’hanno sempre contraddistinta. Essa è stata continuamente richiesta quale spazio espositivo da artisti marosticensi e non ed accoglie, con una certa frequenza, conferenze, dibattiti, assemblee ed incontri vari. L’intento è quello di proporre in questo spazio un itinerario che ripercorra i nodi centrali dell’espressione artistica contemporanea, divenendo, al tempo stesso, luogo di incontro e di confronto tra artisti che provengono da diverse esperienze. Credo che questa mostra sia un’occasione davvero importante per tutti coloro che amano l’arte e la cultura del nostro tempo, perchè le opere di Prandina ne sono una testimonianza. Egli è un nostro concittadino, è nato a Marostica, e qui la sua esperienza artistica affonda le proprie radici. Da noi, infatti, fin dall’inizio degli anni ottanta ha anche operato artisticamente, proponendosi in diverse occasioni espositive. Ricordo una personale in Castello inferiore, dal titolo “Simboli”, e la presenza di sue opere ad alcune edizioni della Rassegna biennale dedicata ai pittori marosticensi. Prandina ha sempre dato un fattivo apporto di idee e di entusiasmo creativo. Ora l’artista ritorna alla sua Città natale forte di numerose partecipazioni ad importanti rassegne in diverse città italiane, a Vicenza e nel suo territorio, ma anche a Milano, Firenze, a Venezia ed ultimamente a Possagno. Soddisfazioni, penso, per chi ha scelto di affiancare all’impegno spirituale anche quello artistico , dimostrando sempre particolare sensibilità per il recupero delle opere d’arte e per la loro promozione come se l’arte potesse avvicinare più di qualsiasi altra cosa alla religiosità, nei suoi aspetti devozionali ed interiori. Arte, quindi, come comunicazione spirituale di vita.

Valerio Zanforlin Sindaco di Marostica luglio 1998

 

 

LILIANA CONTIN Mostra a San Marco – Marostica

 

Ciò che colpisce nella pittura di Prandina sono le ideazioni compositive, create da un segno che ondeggia istintivamente, ma soprattutto le sfumature dei toni coloristici, i timbri talvolta sommessi talora altissimi. Quasi una musica orchestrata sinfonicamente con sussulti improvvisi e carezzevoli melodie.

Una musicalità che, attraverso una certa modulazione espressivo- formale, è capace di sfruttare tutte le qualità luminose del colore

L’ispirazione e gli elementi che compongono il suo particolare linguaggio, attraverso i segni, i cromatismi, le forme, le armonie delle costruzioni d’insieme, i rapporti figura-spazio scoprono il palpitare di un pathos esistenziale, che coglie nella realtà la sublimazione trascendentale e la rende alfine poesia.

Una pittura, quindi, che rivela la profonda sensibilità d’animo dell’artista, una pittura suggestiva e delicatissima in cui il colore, in questo caso il blu, gioca un ruolo primario, esercita un fascino rilevante per le intime, segrete sollecitazioni e per le libere evocazioni di un mondo quasi magico e sognato. Egli stesso lo definisce “il colore del pensiero e del sogno”.

Un mondo coinvolgente anche se enigmatico, espresso con immediatezza espressiva, con una tecnica rarefatta ed essenziale in cui l’istintività del disegno si fonde con la forza e la raffinatezza dei toni coloristici che deriva da una attenta ricerca dei valori cromatici, accostati delicatamente attraverso passaggi percettibili con una certa precisione, ma senza stacchi improvvisi, piuttosto indefiniti e sfumati.

Colori armonici e ricchi di attributi a conferire un particolare slancio creativo che mira a suscitare il senso del bello e della forma.

Giochi di motivi ritmici molto lievi, diffusi nelle tonalità di colore e nei segni diluiti fino all’evanescenza, a fermare quel momento in cui la melodia si fa controcanto leggero all’incedere poetico che vibra ancora grazie alle intuizioni ed alla fantasia.

Ciò e non altro appare come la forma spirituale dell’arte, il concretizzarsi in immagine della psiche, delle emozioni ed insieme dell’anima. Nel testo Dello spirituale dell’arte, Kandinskij affermava:”…il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto,l’anima è il pianoforte delle molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, mette opportunamente in vibrazione l’anima umana”.

Liliana Contin Assessore alla cultura luglio 1998

 

Personale d’arte al Palazzo Comunale Trissino (VI)

 

L’opera di Gino Prandina ad una prima lettura si rivela astratta, informale, sicuramente non figurativa. E’ il risultato di una ricerca espressiva che ha raggiunto l’astrazione attraverso la sintesi, non attraverso la sottrazione di immagini e di riferimenti iconici, come comunemente è inteso. L’evoluzione dell’artista, infatti, lo ha portato a confrontarsi con esperienze che si awicinano sia alla complessità del simbolo che alla forza

dell’espressionismo, per raggiungere infine l’astrattismo, quindi la non riconoscibilità iconica dell’immagine, sintetizzando e sublimando la sua volontà di espressione. Un percorso che si awicina a quello compiuto, ad esempio, da un maestro come Mondrian.

Questo accostamento è valido se si pensa al lungo periodo di sperimentazione e ricerca compiuto sempre sullo stesso soggetto (il famoso “albero”) che ha portato l’artista olandese al raggiungimento dell’astrazione proprio attraverso la sintesi progressiva dei tratti. L’astrazione è il risultato di una esigenza di semplificazione e riduzione del motivo di natura, dell’immagine che riproduce il reale, partendo da essa stessa, con un profondo rispetto nei suoi confronti, anzi con l’intenzione di carpirne e capirne l’essenza. Nelle opere di Prandina si avvertono forme di paesaggi ancestrali, armonicamente fluenti che tracciano i profili geografici ma anche temporali di un’età sospesa, pre o post industriale, non certo la nostra, frenetica e convulsa, spesso incapace di arricchirsi dei valori dell’intangibile.

Sono testimonianze di una introspezione che compie necessariamente una sua evoluzione tra creazione e dissoluzione, in cui l’eterea assenza di queste velature, di questi ectoplasmi onirici si concentra, come per sedimentazione, in una presenza forte, ma allo stesso tempo eterea, quasi gassosa.

La varieta dei colori è limitata, soprattutto l’amato blu tende ad una acquosità dovuta in parte alla scelta dell’acquerello, in parte al richiamo della lezione impressionista basata sull’immediatezza del gesto. Questo continuo dissolversi dei colori contribuisce a creare una scomposizione delle forme che si tramutano in immagini fitomorfiche, sfuocate. E’ il Monet delle ninfee, dove forma, colore, ambiente si fondono in un tutt’uno a creare un effetto di “dissoluzione meteorologica”. L’acqua sembra intervenire fisicamente sulla superficie creando velature, ombre, essenze e dissolvenze, in un interminabile gioco di presenza e assenza. I1 blu, che, come dicevamo, appare spesso, è il colore dell’assoluto, che nel suo accentuarsi e diluirsi di intensità ricorda un fluire di coscienza che l’opera di carta, con la sua immediatezza può restituire. Parlando del colore blu il paragone, anche se solo cromatico, con Yves Kline, è inevitabile, quantunque il blu di Kline appare come un gorgo assorbente di pensieri, di oggetti e azioni, un fagocitatore dei tradizionali strumenti artistici che tende alla contaminazione estetica spazio-temporale. I1 blu di Prandina è propositivo, lieve, spazia verso orizzonti lontani e chiari, luminosi, si fa forte del supporto cartaceo e ne accentua le caratteristiche di immediatezza e semplicità. Citando Barilli possiamo dire che il blu di diffonde nell’etere, o nella dimensione immaginaria, creando uno stato d’animo. Le opere di Prandina possono essere lette anche come brevi Haiku , poesie giapponesi fatte di tre righe, nelle quali in venti lettere si concentra il significato di tutto un mondo. O anche, sfruttando con cinismo la debolezza del supporto volatile e deperibile come può essere la carta, come spirituali Mandala tibetani, dove è proprio la fragilità del supporto a dare il valore dell’immagine che viene a porsi.

Stefania Nichelato e Mario Benetti – DAMS 14 gennaio 1999

 

 

PERSONALE Gino Prandina, L’ATTESA

Asolo, chiesa di San Luigi (S.Pietro) C.I.M.B.A. cons. università americane

 

Non sono un critico d’arte, e questo va detto per la precisione; ci tengo quasi come un orgoglio a non essere un critico d’arte, non perché ce l’abbia con i critici d’arte, ma perché, giustamente, ognuno fa il proprio mestiere. Devo dire che quando Gino Prandina è venuto a Possagno, mi sono subito piaciuti i suoi quadri, i suoi dipinti ed è stata per me una sorpresa che mi abbia chiamato qui stasera, ma anche un’emozione scoprire che il titolo di questa mostra proviene dall’ultima parola del mio intervento riportato anche in questo catalogo.

Non farò tanti discorsi anche perché molti di voi li ho già visti a Possagno e quindi mi avete già sentito. Questa è una sede straordinaria, certamente più poetica e più affascinante che non l’Ala Nuova della Casa del Canova a Possagno.

Penso di non essere solo io a provare questa emozione, di essere in questo ambiente che è così pregno della preghiera di tanti che ci hanno lasciato come retaggio il desiderio di ripercorrere queste pietre, queste terrecotte, questo biancone del Grappa, quasi a voler significare un cammino spirituale (siamo in un pavimento, fra l’altro, in ascesa) che Gino Prandina, quando ha disposto questi quadri, ha seguito. Infatti, i quadri esposti sono 21, ma a mio giudizio sono 22, perché le foglie per terra indicano una via, un segno. Sono 21 opere che da qualsiasi parte vi mettiate in questa chiesa li vedete tutti, con un colpo d’occhio.

E ciò obbedisce a un cammino più che altro artistico nella collocazione di queste opere. Intanto ce ne sono due che proprio non c’entrano nulla. Una è quella centrale, nuova, perché penso sia di qualche mese fa ed è un quadro che, voi capite che fra tutto l’astratto, il simbolico, l’informale che c’è qui dentro, è l’unico che in qualche maniera richiami, sia pur con molta cautela, il figurativo, cioè un paesaggio. E l’altro quadro che poco si inserisce in tutto questo cammino è un quadro molto complesso, che giustamente va tenuto per terra. A mio giudizio è il pezzo migliore della mostra, stona forse con gli altri quadri, ma è il quadro di questa chiesa. A mio giudizio potrebbe stare benissimo sull’altare maggiore. E’ un’opera religiosa, direi quasi ansiosa di una Trinità che si vuole ricostituire, che si vuole ritrovare.

I quadri alle pareti ripercorrono il percorso dall’espressione all’astratto. Sono segnati da pennellate su carta molto evidenti, direi quelli nuovi in particolare, allargate, quasi fosse una luce che si allarga da quell’ocra che vedete nel quadro che è di fronte a me. Significativi i 3 quadri del presbiterio, quasi appesi nel vuoto, che poi non è vuoto ma è l’assoluto, segnano la conclusione di un cammino che, se osservate, è un cammino circolare. Qui non c’è niente di lineare, è tutto circolare. Lo spettatore vede tutto l’insieme. E’ tutta circolare l’arte di Prandina, perché essa, come avevo già detto a Possagno, è alla ricerca ansiosa, e qualche volta sofferta, dell’Assoluto e sa bene che l’Assoluto non si può raffigurare con una linea retta, ma soltanto con un cerchio, come la volta del cielo che è infinita perché è circolare.

Se noi cercassimo qualcosa di figurativo all’interno di queste opere, tranne, ripeto, quella carta orientaleggiante con quegli alberi, se volessimo vedere in questo secondo quadro un paesaggio collinare, volessimo vedere una figura o un fiore, sbaglieremo. Sarebbero comunque delle fortuito coincidenze fra il nostro gusto e il segno che lì è tracciato. No. Prandina, che pure ha studiato la logica occidentale, quella aristotelica, ma anche quella scientifica, da Francis Bacone a Galileo Galilei, che vuole una logica rigorosa, sensista, (diciamo pure anche superficiale, perché qui c’è una denuncia alla nostra superficialità, alla superficialità con cui consideriamo la nostra vita come la vita che ci appare nella quotidianità). No, non c’è assolutamente questo tipo di logica, anzi Prandina si vanta di essere a-logico di quel tipo di logica, si vanta di non essere aristotelico. Qui c’è piuttosto un’altra logica che è la logica della profondità, della evocazione, quella logica che a volte, in un mattino straordinariamente limpido ci fa fischiettare e non sappiamo neanche perché, o in una serata asolana bellissima e autunnale come questa ci fa calpestare con gusto queste foglie che scricchiolano sotto i nostri piedi e non sappiamo neanche perché, ma abbiamo il gusto di andare là e calpestarle.

Ecco, ciò qualcosa che evoca qual cos’altro, perché la realtà per Gino Prandina non è quella che vediamo, non è quella che tocchiamo, non è quella che abbiamo visto oggi, che abbiamo mangiato oggi, che abbiamo vissuto oggi. La realtà, la vita, va oltre, richiama ad altro. Quello che vediamo oggi, questo stesso tavolo, questo stesso pavimento, questa stessa chiesa evoca, è messaggio di un qualcosa che è nascosto.

Prandina mi è sembrato, soprattutto nelle ultime opere, quasi come quel bambino che ha fatto e sta facendo ogni giorno l’esperienza del divino nel giocattolo che ha in mano. Continuiamo a regalare i giocattoli che si possono smontare ai bambini, perché è la prima esperienza del divino che loro hanno. Se avete osservato un bambino, quando date a lui un giocattolo molto semplice, perché i giocattoli complessi non li fanno più sperare, sono già completi di per sé, egli non si accontenta della sua superficie, lo vuole rompere, spezzare, andare oltre appunto la superficie delle cose, vedere il meccanismo, il marchingegno, come funziona dentro.

Prandina è convinto che dentro di noi ciò quello che cerchiamo troppo lontano da noi. Dice una profezia zen, alla quale forse è molto vicino spiritualmente Prandina: “Perché cerchi lontano ciò che è dentro di te?”. Ebbene, che cosa trova dentro di sé, dentro di noi, Prandina? Trova innanzitutto l’immagine di ciò che non si può dire, trova l’evocazione di una poesia che si può cogliere soltanto nel momento in cui nasce, ma quando comincia a diventare figura, o a diventare parola, essa è gia corrotta dalla nostra cultura. La vera nostra natura si fa messaggio quando esprime questo Assoluto che è dentro di noi e che non ha parole perché è come quell’antico patriarca che dice “Io non so che dire”. Infatti, di fronte a questi quadri noi di primo acchito non sappiamo che dire, non sappiamo che pensare. E Prandina lo sa che corre il rischio di non essere capito. Sa che, anche se non glielo diciamo, che noi esprimiamo un giudizio su questi dipinti. Ma la sua, più che provocazione, è ancora un invito a seguirlo, e mi son segnato alcuni versi che Prandina ha scritto nel catalogo. Lui dice ad un certo punto: “Voglio cercare una relazione tra il linguaggio e la natura, tra l’arte e l’arte interiore, tra la mia lingua, quella che ho dentro, e la lingua che unica so esprimere, che è quella esteriore”. “L’immagine deve essere disparente”. Anche questi quadri devono smembrarsi per lasciare posto a quella luce assoluta, (che ripeto a mio giudizio è solo in quell’unico quadro), che dipana ogni segno, che coglie ciò che sfugge alla stessa mano del pittore, si fissa a questo segno, questa luce che non è neppure più sua, diventa segno che resta in attesa di essere compreso da lui e da noi, ora anche col cuore. Quel giallo-ocra delle sue ultime opere nasconde, o forse manifesta, una sorta di pathos, una sorta di calore, non vorrei dire di amore, perchè ancora non ci siamo con l’amore, perchè lui non coglie, e ne è cosciente, ancora l’amore assoluto; lui è ancora nell’attesa.

Ma ora coglie anche col cuore, non più solo col concetto, anche col pathos, con la forza, come in Pascal, come in Agostino, come nell’ermetismo, come nell’astrattismo simbolico ultimo, come nella luce dorata del beato Angelico o come nel simbolismo del beato Granzotto, coglie quelle parole, quasi che esse manifestino la presenza qui oggi, ora, dell’Assoluto. E l’Assoluto, le parole dell’Assoluto, ci sono venute a visitare oggi pomeriggio qui e le sentiamo parlare e scricchiolare non soltanto con i segni ma anche con le foglie che sono qui e che sono la 22a opera esposta. Esse giocano nel suo giardino, nel nostro giardino, ed entrano nel cuore della nostra casa come aquiloni di luce.

Giancarlo Cunial

Asolo, 29 ottobre 1999

 

DA: L’ATTESA

 

L’essere e l’universo rivelano e racconta­no di sé attraverso il loro incontro con lo spirito umano: al di fuori di questa rela­zione essi rimangono come muti, opachi, senza senso. Lo spirito umano è sempre aperto, prima con l’affetto e !’intuizione, indi con la limpidezza penetrante dell’in­telligenza, ad accogliere e portare in luce, cor-rispondendovi, ciò che è Lo spirito umano viene ad essere se stes­so in questa sua estasi, e la realtà tutta avviene per questa sinergia di essere e spirito. Queste opere artistiche di Gino. Prandina sono attestazione di questo farsi, di que­sto venire in luce della verità e del senso. L’augenblick dell’artista (cioè il colpo d’occhio istantaneo e la visione immedia­ta, il balenare luccicante dell’idea e della forma che, mai compiutamente disponibi­le a una qual descrizione, pur si conse­gna allo spirito) ferma il tempo del fluire, cosicchè questo gli si rivela, per un attimo e con una espressività indicibile al concetto, in una profondità imprevista e in una luce insospettata. Una tale esperienza, per se stessa incatturabile e impermanente, rivive nel gesto, nel segno e nel colore, perché questi, pur cristalliz­zati trasfondono il senso vivo di ciò che li ha suscitati, e cioè !’incontro dischiuden­te tra l’essere e lo spirito. Il gesto, nella sua sorprendente subita­neità, il segno nel suo fissarne e liberar­ne la fugacità, il colore nel riverberarne ed esaltarne le modulazioni e le tempera­ture, manifestano sul fragile materiale i moti spirituali: il tocco armonico e quie­to, la forza veemente, il cerchio con­chiudente e gli orizzonti infiniti. Tali gestualità umane discoprono la vitalità dello spirito e della libertà che animano la realtà e la vivificano: lo spirito umano mette in luce lo spirituale del reale, ovve­ro il mistero della sua origine e del suo essere, che è vita, la quale si offre e si impone alla libera apertura dello spirito di colui che lo aiuta a dischiudersi. Il visitatore è condotto da queste opere a compiere lui pure un’esperienza “spiri­tuale” (o “aperturale”), scoprendo con stupore che tutto ciò che innanzi tutto e per lo più gli sembra ovvio e quotidiano, racchiude un plus, che indica e invita ad accogliere, interrogando si e indagando, la realtà come mistero della vita, superando l’atteggiamento del puro “disincanto del mondo” . Tale mistero si fa visibilmente vicino per l’alleanza fra l’uomo e le cose, tra lo spirito e l’essere: l’opera d’arte è invito ad entrare in questo evento dove l’uomo e l’essere, nella loro asimmetrica reciprocità, scoprono e comprendono qualcosa di più dell’origine e della profondità di se stessi. Adveniente aletheia, semper indaganda

Roberto Tommasi

 

DA: L’ATTESA

 

Sono passati sette anni dai primi lavori su carta e cartone dipinti in velocità all’aria aperta, quasi per necessità interiore. Fino ad allora avevo lavorato sempre in studio, preferibilmente con l’olio o al massimo con acrilici, pensando e proget­tando con cura la composizione, le cromìe, le proporzioni. E poi, improvvisamente, un non so che d’istinto ha fatto scaturire ciò che “dal di dentro” sembrava voler guidare il pennello sulla carta. La carta è un supporto semplice, mutevole, fragile: è diversa dalla tela. Proprio la sua fragilità, quasi inconsistente mi aveva condotto a considerarla inadatta. Ma adesso l’esigenza è diversa: il pensiero e l’operare hanno bisogno di supporti semplici, poco ingombranti. D’altra parte questi disegni rappresentano fogli sparsi di un “diario di viaggio”. C’è chi scrive sulla carta, sia per fissare gli istanti fuggevoli di vita, sia per esercitarsi in una qual “scrittura automatica” dalla quale lasciar trasparire una verità più “vera” perché più intima e sorgiva… Sono apparsi via via centinaia di “istanti di vita”, pensieri, meglio emozioni, raccolti sulla carta. Mi aveva colpito allora una frase di Bachelard: “Il brulicare della natura che è’ “l’ora blu”, in cui le presenze della notte sono sul punto di ritirarsi e quelle del mattino di entrare in scena. Era proprio quello l’orizzonte verso il quale mi ero incamminato. E così ho preferito i colori del pensiero e del sogno, il blu e tutte le brume del mattino, le nebbie del tramonto invernale, le ombre lunghe del tempo che rallenta. Penso che in quegli “istanti disparenti”, la razionalità riesca con maggiore fatica ad imbrigliare una verità “altra” che scaturisce. Verità che si fa di volta in volta canto, gesto, scrittura recondita di un linguaggio in cifre; mi sono sempre piaciuti l’ideogramma e la pittura cinese! Penso che il segreto sia quello di agire con immediatezza, il massimo dell’immediatezza, quasi a sfuggire dalle operazio­ni di mtraggio del cervello. Ho bisogno di quei momenti per capire. Prima ancora della preoccupazione di presentare un prodotto. Intravedo resti di fondali infiniti, resti diurni o irreali, scritture e gesti… mi piace soprattutto quell’operazione di scavo interiore. Gran parte di questi disegni sono frutto di un operare immediato: qui la velocità è essenziale, come la non-premeditazione di forme o gesti, frutto soltanto di uno stato di concentrazione profonda. Auguro a chi li potrà considerare, o acquisire, di collocarsi nel “fondo del mare” in quegli orizzonti inesplorati, e poi di seguire le tracce, come quando io da bambino giocavo con il dito a seguire le rughe dei legni secolari.

Gino Prandina

 

DALLA MOSTRA A ASOLO – SAN LUIGI 1999 – CIMBA

 

Dell’arte di Prandina si è già detto molto in questi ultimi anni, grazie anche ad alcune esposizioni di sue opere in diverse città venete. A una prima lettura emerge con forza l’e­vento simbolico, decantato e finalmente sciolto negli ultimi lavori, grazie ad un desiderio analitico che si è fatto sempre più evidente e creativo. Il simbolo, che per sua natura “rinvia ad altro”, nei colori e nelle forme di Prandina assume spesso venature esoti­che e orientaleggianti, o caldi sapori espressionistici: ma non è quella la stra­da per seguirne il senso, che anzi tende a non omologarsi a tendenze e culture, per farsi spiritualità pura. Forte e quasi mistico è il desiderio di sacro e di infinito; nel contempo, è indi­viduabile il progressivo abbandono delle forme consuete, del figurativo c1assicheg­giante, degli schemi retorici. Questo lavoro, di catarsi e di nascondimento insieme, rappresenta una delle fasi più sofferte delle opere di Prandina e proba­bilmente quella che per l’artista è piùcara e personale. Cammin facendo, però, Prandina ha per­cepito che il sacro a cui vuole approdare non solo è infinito e mai del tutto “con ­preso” (ecco il valore noumenico dei suoi dipinti), ma è anche sottratto ad ogni ragione culturale e ad ogni modello antropologico. Quasi che il tempo, la sto­ria e finanche la civiltà siano incrostazio­ni che tolgono splendore e bellezza al tra­scendente, termine ultimo (non ancora raggiunto) dell’itinerario artistico di Prandina. E’ il trascendente, dunque, la cifra che caratterizza e interessa l’ultima stagione creativa di Prandina, stagione appena cominciata, ricca di corrispondenze e di attesa.

Possagno, 3 gennaio 1999 
Giancarlo Cunial

 

 

BASSANO DEL GRAPPA (VI)
galleria civica d’arte
 CHIESA DELL’ANGELO

HAIKU cifra d’infinito – anno 
2000

 

Il brulicare della natura che è “l’Ora blu” (G.Bachelard)… l’ora in cui le ombre disfano le forme: e lo sfarsi delle forme è proprio il lavoro che Gino Prandina Prandina avvia negli anni ’90. 
Un inconscio passaggio metafisico muta le forme suscitando uno spaesamento spazio-temporale. In questa operazione non sono esenti rapporti con la poesia visiva, con i calligrammi di Apollinaire, con le espansioni cromatiche dei grandi informali, Wols, Fautrier, ma anche, Mathieu, Kline, ai quali approda nella serie dell’Ora blu”, fra il ’92 e il ’97. E’abbastanza evidente il parallelismo fra poesia e pittura, e, in certo senso all’ermetismo poetico del nostro Ungaretti. Questi dipinti si possono leggere come espressioni segnico-gestuali, calligrafiche, ma soprattutto pittografiche.
Non solo superamento dell’informale, ma astrazione segnica di notevole valore contenutistico. Il blu cede lentamente ad altre tonalità, prima sul giallo ocra leggero, quasi rosato, poi via via l’ocra si fa sempre più importante fino ad arrivare a queste pennellate di ocra scuro che imprimono proprio gestialmente delle incisioni segniche sul supporto, un supporto che adesso trova una solidità ben diversa da quella cartacea. L’andamento si fa più raccolto, il gesto più breve, graficamente più insistito e incisivo: è una vera azione segnica che percorre uno spazio astratto dal profondo significato spirituale. Non più parole, ma pura gestualità spaziale, cioè “cifra d’infinito”.

Flavia Casagranda

 

BASSANO DEL GRAPPA (VI) galleria civica d’arte
 CHIESA DELL’ANGELO


HAIKU cifra d’infinito –  anno 
2000

 

Il brulicare della natura che è “l’Ora blu” (G.Bachelard)… l’ora in cui le ombre sfanno le forme: e lo sfarsi delle forme è proprio il passaggio che Prandina attua negli anni ’90. 
Nel 1992 giunge a un approdo decisamente informale, in quegli acquarelli esposti nel veneto. Come arriva a questo passaggio? tecnicamente è una domanda urgente. Il passaggio da posizioni espressionista a posizioni informali non avviene d’un tratto: ci dev’essere un filo sottile che lo conduce e lo permea. A mio avviso il filo conduttore non è soltanto l’astrattismo. È forse un inconscio passaggio metafisico a mutare le sue forme rendendole una pittura che spazia in uno spaesamento spazio-temporale. Un passaggio quindi per la metafisica, in cui non sono esenti rapporti con la poesia visiva, con i calligrammi di Apollinaire, con l’espansioni cromatiche che saranno proprie dei due grandi informali del nostro secolo, Wols e Fautrier, ai quali approda prorio nella serie dell’Ora blu”, fra il ’92 e il ’97, ma molto più specificatamente fra il ’95 e il ’97. 
D’altronde è abbastanza evidente, se riflettiamo su questi passaggi e continui parallelismi tra poesia e pittura, come le forme sintetiche dell’”ora blu” possano corrispondere in certo senso all’ermetismo poetico del nostro Ungaretti. 
Con gli acquarelli espansi dell’Ora blu arriviamo a ridosso del ’97. Ed ora ci si presentano questi dipinti che sono tutti inediti: un’assoluta primizia per La Chiesetta dell’angelo, e che sono tutti racchiusi nel biennio ’98-2000; e qui il superamento dell’informale è evidentissimo. Non più di informale si tratta ma di suggestioni orientali, in parte tratti ancora da quella che è la “scuola del Pacifico”, la scuola americana di Tobey e di Kline, ma memore forse di un parallelismo ancora più antico, quel giapponesismo che nell’arte occidentale dilaga, domina e affascina negli anni dell’ultimo ottocento e del primissimo novecento.
Possiamo assistere qui ad un parallelismo: come quell’arte che aveva come matrici Gauguin e Van gogh si ispirava a quelle che erano le forme poeticamente leggere e vuote di Okusai (muore nel 1849), così questa nuova generazione, questo nuovo giapponesismo poetico di ritorno, riprende gli haiku giapponesi di Matsuo basho, un poeta ancora più antico vissuto fra il 1644 e il 1694: quindi ritorniamo addiritura al 1600, per questi delicatissimi componimenti di sillabe raggruppate in 5+7, come esempio di riferimento che non descrive come è descrittiva l’arte occidentale, ma evoca, suggerisce, è come un volo d’ala che con un pensiero che introduce tutto uno spazio d’infinito. 
Così vogliono essere questi dipinti: una forma espressiva segnico-gestuale, calligrafica, ma soprattutto pittografica.
Questa perdita dell’informale, cioè il rifiuto del non-contenuto, porta a un’astrazione segnica di un’importanza enorme.

Cromaticamente il blu cede lentamente ad altre tonalità, prima sul giallo ocra leggero, quasi rosato, poi via via l’ocra si fa sempre più importante fino ad arrivare a queste pennellate di ocra scuro che imprimono proprio gestialmente delle incisioni segniche sul supporto, un supporto che adesso trova una solidità ben diversa da quella cartacea.

E gestualmente l’andamento si fa più raccolto, il gesto più breve, graficamente più insistito e incisivo: è una vera calligrafia segnica che percorre uno spazio astratto di un’astrazione che porta ad un profondo significato spirituale.

Segnicamente il calligrafico diventa un paradigma parallelo, perde ogni connotazione semantica: non sono più cifre, non sono più parole, sono puri segni è pura gestualità spaziale, cioè “cifra d’infinito”.
Di questo punto d’arrivo dobbiamo essere essere estremamente riconoscenti a Gino Prandina ma anche meditre profondamente queste opere perchè sono opere che aprono una pagina nuova e diversa dell’operare artistico.

Flavia Casagranda 
Critico d’arte

 

 

DA: HAIKU – MOSTRA A BASSANO CHIESETTA DELL’ANGELO

 

La pittura di Gino Prandina parte di lontano: dalle giovanili, ora archiviate tendenze secessioniste tra il liberty e l’art decò, alle suggestioni iconiche di un espressionismo a volte ossessivo sino ad apparentemente placarsi in fitoantropomorfismi graficamente elaborati che lo conducono, per strade diverse, ad approdare ad una pittura assolutamente informale, caratterizzante il suo linguaggio della metà degli anni Novanta. Le due vie che conducono alla serie degli acquarelli su carta de L’ORA BLU (1992-97) sono estremamente indicative di quelli che saranno i successivi sviluppi della sua elaborazione artistica: un intrinseco simbolismo, mai disatteso, di radice espressionista, retaggio di profonde ragioni culturali ed etiche e la tensione calligrafica della sua pittura in cui, esaltato dalla materica dilatazione del mezzo tecnico, il paradigma si allenta, il colore si fa introspezione psichica. Dalle sfumate evanescenze delle insistite gamme del blu emergono in superficie scritture segrete, arcani contenuti crittografici, riferimenti memori degli orientalismi della americana “scuola del Pacifico” di Kline e Tobey, in particolare del “corsivo” di Tobey, delle sue continue ricerche sulla calligrafia orientale risalenti ai primi anni Cinquanta. Se attinenze all’ORA BLU di Prandina si vogliono trovare nel milieu culturale complessivo occidentale degli stessi anni, il riferimento più puntuale può essere ai grafismi di espansione cromatica di Wols e Fautrier e all’ermetismo poetico di Giuseppe Ungaretti. Di lì nasce l’ultima esperienza pittorica di Gino Prandina che ora appare nella attuale, recentissima, ancor inedita produzione 1998-2000: la radice calligrafico-gestuale si evidenzia marcatamente mentre il blu lentamente si riassorbe cedendo a calibrature più meditate, meno espanse ed espansive di giallo-rosato, aranciato, sino all’ocra intenso che matura contemporaneamente al linguaggio-segno sempre più crittografico. Si tratta, nelle opere estreme, di una autentica pittografia più raccolta conclusa che, in brevi e concise pennellate, riassorbe ed esplicita una tensione poetica di nuovo riferibile a canoni letterari, ora decisamente accostata alla poesia orientale giapponese degli HAIKU, brevi componimenti di 5+7+7 sillabe che, nella loro sintesi spazio-temporale racchiudono, in scarni versi, una vera e propria “cifra d’infinito”. Nello stesso modo queste recentissime opere di Prandina su carta ma spesso di più consistente supporto, imprimono una sintesi altamente simbolica di cifra cromatica e segnico-gestuale decifrabile e indecifrabile, scrittura arcaica e primordiale come un graffito o un’iscrizione lapidea in via di decrittazione oppure gesto grafico che, nella sua dinamica esecuzione spaziale, lasci del tutto cadere la propria valenza semantica. Il tenace parterre simbolico di Prandina abbraccia in tal modo valenze universali: cromo-segni che assumono a cifra mistico-contemplativa.

Flavia Casagranda, maggio 2000

 

DA L’ATTESA

 

La vicenda di Gino Prandina, pittore, è abbastanza remota e complessa: inizialmente tentato da tendenze secessioniste e simboliste, non disdegnando nemmeno l’assemblaggio e le lusinghe dell’ art decò, rielabora lentamente le molte suggestioni iconiche dell’espressionismo e dell’orientalismo per approdare, nei primi anni Novanta, a fitoantropomorfismi graficamente elaborati, a volte ossessivi, con qualche reminescenza cubo-surrealista ancor memore di esiti della pittura europea anni Trenta. Difficile la decantazione del simbolo che, per ragioni culturali ed etiche, lo trattiene fino alla metà di questo decennio: quindi, lentamente, la scrittura si scio­glie, il paradigma si allenta, il colore si fa introspezione psichica, diversi orizzonti e diverse tendenze si insinuano a dilatare la forma sino a farla sfumare in evanescenti apparenze che cedono al puro cromatismo il compito di far emergere in superficie scritture segrete, arcani contenuti, geroglifici memori della americana “scuola del Pacifico” e delle inquietudinigorghi oscuri fanno emergere in superficie un vissuto che inaspettatamente racconta di sofferenze ancestrali, calate nel profondo dell’umanità e della storia, di cadute e salvezze, che sono quelle della crisi dell’arte europea di metà secolo, dalla lacerazione esistenziale alla speranza, dall’annientamento formale nel tachisme alla ricostituzione di una intelligibile scrittura affidata alle potenzialità comunicative ed emozionali del gesto cromatico e dell’organismo pittorico in un intrico grafico, a volte ermetico, che insieme trattiene e rivela, nei reticoli guizzanti, una verità interna pronta a convertire in assoluti ideogrammi i limiti dell’irrazionale e del razionale, dell’essenza universale e del contingente: formulati per essere portatori di un messaggio di forza espressiva e di profonda spiritualità.

Flavia Casagranda

 

 

2000: ASIAGO PERSONALE d’ARTE

 

Anche a me serve svegliare l’artista che è dentro di noi.

Mi sono applicato a capire il suo ultimo ciclo e dirò qualcosa. Mi accorgo nel nuovo ciclo gino è passato dal micro-cosmo-uomo, è passato al macro-cosmo, e nei nuovi quadri trovo un interessante dialogo interculturale. Voi saprete dell’arte zen: i giapponesi sono famosi in questa concentrazione mentale: il piccolo particolare te lo trasformano in un clima che ora cercherò dicdescrivere. Non so che sensazioni suscitano in voi i quadri. Ogni persona è stimolata a risvegliare mediante l’arte l’artista che è in lui. Rifletto sul blu, che usa in maniera così varia e interessante. Il blu è la profondità del cielo, recipiente infinito, recipiente vuoto. Il concetto di “vuoto” che proviene dalla tradizione buddista aiuta a capire questa percezione di forme che non sono descritte, sono veanescente, che producono illusione-delusione. Le forme descrivono il grande grembo di vita che cerca di declinare e portare in armonia i vari elementi. Vedo nella pittura di Prandina quel richiamo alle quattro grandi radici della vita: noi siamo fatti di sole, di aria, di acqua e di terra. Vedo anche nel colore questa ricerca di percepire il “grande grembo di vita” che si esprime mediante questi quattro grandi cosmici benefattori che sempre utilizziamo. Questo macro-cosmo rende possibile il nostro micro-cosmo. Non siamo molto distanti dal grande cantico delle Creature di San Francesco in cui queste radici della vita appaiono.

Ma soprattutto il blu mi richiama un famoso elemento che va oltre a questi quattro che vi ho elencato e che gli orientali hanno tradotto dalla parola greca “etere”: quel blu dentro al quale Prandina elabora altre forme che poi analizzeremo (ne ho individuate tre).

Unità-legame- continuità fra i tre elementi: c’è molts ecologia suggerita da questi quadri; non c’è quel famoso sentirci separati come è avvenuto nella recente cultura occidentale: da un lato l’uomo intelligenza, dall’altro la natura-quantità e materia. Qui emerge un paradigma che anche fra noi occidentali sta rispuntando: paradigma nuovo: noi più la natura macchian da comporre e ricomporre, ma sentire la natura come “super organismo” capace di auto-regolarsi per rendere possibile la vita.

Nelle pitture emerge questo sentire profondo, sentirci simbioticamente dentro a al grande grembo che ci rende possibile l’esisenza. Noi apparteniamo a questo grande grembo di vita che ci circonda. C’è dunque nelle opere di P. questo rapporto di unità-totalità che non ci distanza dalla vita: siamo abitatori di questa universale energia. Anche i colori richiamano il sentirci in comunione con la vita.

Il sentire pittorico di P. ben è raccontato nella riflessione poetica di un autore indiano, Tagore: “Lo stesso ruscello di vita che notte e giorno scorre nelle mie vene danza in ritmica armonia coi palpiti maestosi della vita del mondo. Mi alzai nella notte pensando: anche nel sonno il respiro procede, il cuore pulsa, il sangue circola a ritmo dei pianeti orbitanti Miliardi di cellule vibrano in tono con le corde dell’arpa e danzano nel coro di una immensa vita.

Questa pittura dice espressione di una vita del micro cosmo che danza col macro cosmo e vedo il s entire orientale che sfuma i confini delle cose. Il sentire buddista (luminoso) vede questa reciproca appartenenza: uomo e natura in armonia reciproca.

 

 

ASIAGO (VI) luglio-agosto 2000 Duomo di San Matteo

“QUALE BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO?” Personale d’Arte

 

Lezione introduttiva di GABRIELE GASTALDELLO docente di teologia e filosofie orientali

 

Non so che emozioni suscitano sul visitatore queste opere, e sarebbe interessante saperlo, perchè ognuno di fronte a un quadro diventa l’artista che fa emergere la sua arte interpretativa, capace a sua volta di scoprire nuovi significati.

Riflettevo sul blu, che P. usa in maniera così interessante: il blu è la profondità del cielo, recipiente infinito, recipiente vuoto. La cultura buddista aiuta a cogliere il senso di queste forme che non sono definite, ma che danno il senso dell’illusione-delusione, i grandi canoni della cultura orientale in cui sono attualmente immerso. Essi descrivono questo grande grembo di vita cercando di declinare i vari elementi e portarli ad armonia.

Anche in queste pitture c’è il richiamo alle quattro grandi radici della vita e di ogni vita: noi siamo fatti di sole, di aria, di acqua e di terra; come potremo vivere se il sole non ci scaldasse, se l’aria non ci desse il respiro, se l’acqua non offrisse gli umori della vita (siamo fatti per il 75% di acqua!) se la terra non si sostenesse e ci nutrisse? E vedo anche nel colore la ricerca di sentire questo grande grembo di vita che si esprime soprattutto con questi quattro grandi cosmici benefattori che utilizziamo: il macro-cosmo che rende possibile il nostro piccolo cosmo. Non siamo molto lontani dal cantico delle creature di Frate Francesco, nel quale queste quattro radici della vita appaiono.

Il blu mi richiama un famoso elemento che va aldilà di questi quattro elementi nominati e che traducendo dalle culture orientali hanno chiamato con una parola greca: “etere”. Quel blu entro al quale Gino Prandina ricama altre forme che analizzeremo.

Richiamo quella unità, continuità, appartenenza di uomo-natura, ecologia suggerita dai quadri: non c’è sensazione di separazione, come nell’opera della filosofia occidentale in cui l’uomo con la sua intelligenza sta da una parte e la natura quantità-materia dall’altra. Invece appare quel paradigma (che oggi anche da noi sta rispuntando, paradigma nuovo): non più la natura, macchina gigantesca che si può imbullonare-sbullonare separare-riparare, un pò come si fa con le macchine.

Sta emergendo anche da parte della cultura occidentale questo sentire profondo: la terra (ipotesi gaia) è quel grande super-organismo il “sangue caldo” capace di auto-reagolarsi per rendere possibile la vita. In queste pitture emerge un sentire profondo, questo sentirci simbioticamente dentro al vasto grembo di vita

– che ci assicura l’esperienza di essere sotto questo vasto cielo,

– di calpestare questa vasta terra

– che ci unisce al grande ciclo di vita che ci circonda.

C’è anche in queste pitture un rapporto di unità-totalità che non ci permette di prendere le distanze dal grande “grembo di vita”: siamo abitatori di questa universale energia, e anche i colori richiamano la com-unione con la grande vita che ci circonda.

Mi piace qui citare una poesia di Tagore, che con linguaggio lirico offre analogie e interpretazioni alla ricerca pittorica di Prandina:

“Lo stesso ruscello di vita che notte e giorno scorre nelle mie vene danza in ritmica armonia coi palpiti maestosi della vita del mondo.

Mi alzai nella notte pensando: anche nel sonno il respiro procede, il cuore pulsa, il sangue circola insieme al ritmo di pianeti orbitanti.

Miliardi di cellule vibrano intorno al ritmo delle corde delll’arpa e danzano nel coro di una immensa vita.”

Vedo questa espressione di una vita del micro-cosmo che danza col macro cosmo: io piccola vita dentro una grande vita; e vedo anche questo sentire orientale che sfuma i confini delle cose. Anche il sentire buddista (Budda=Luminoso) vede la reciproca appartenenza: l’uomo e la natura in armonia reciproca. Se osservate c’è quel senso di impermanenza che rende le forme leggere, come a dire: nella vita non lasciarti troppo prendere dalle pesantezze, dal creare confini; tutto è in continuo divenire, tutto precede. Allora non imprigionarti nelle cose ma tieniti libero e leggero, proprio per poterle apprezzare. Se tu vuoi possedere le forme definitivamente finisci col diventare prigioniero…

In queste opere vedo l’invito ad essere semplice: più sei semplice più gusti il valore delle cose, le cose semplici sono anche le più belle, non c’è nulla che renda più indipendenti che il vivere con poco. Non lasciarti opprimere da bisogni ricchi.

Queste pitture le usiamo in oriente nella forma di painting-meditation, meditare dipingendo: lascia che la tua mano scorra, dipingi questi contorni sfumati, questi orizzonti profondi; lasciati andare sull’onda dell’artista che abita dentro di te, che puoi liberare in te il modo “bello” di vivere: questa è la paiting-meditation. Quanto aiuta la concentrazion mentale e quanto rende belli dentro il fatto di abitare quei colori!

E da ultimo commento alcuni quadri nel mio modo di percepirli.

Vedo oceanic feeling / cosmic conscienceness / universal mind, Cosmica solidarietà, come una grande barca che trasporta fra i colori della vita; inquieto vagare verso un approdo. Vedo una metafisica solitudine: io e il mare della vita.

Noto il valore della imprecisione: annientare la figura descrittiva nella sua materialità per proporla nelle linee dinamiche in cui l’osservante coglie molteplici significati:

braccia cercanti, braccia imploranti tese alla comunicazione col cielo.

E quel colore ocra di luce mattutina mi richiama l’intuizione di colui che apre la mente oltre lo sguardo ordinario verso lo sguardo illuminato. E quando c’è questo sguardo illuminato la vita si popola di significati importanti. R.Tagore, grande poeta indiano dice: “Viaggiai per vasti mari ed alti monti e non mi accorsi della goccia di rigiada sulla spiga di grano dietro a casa mia”. E questo vale per ogni cosa che tu incontri oltre l’abitudine nell’insolita gratuità.

Infine colgo sul cristallo della mente i depositi dell’esperienza. Nella meditazione orientale si dice: “considera la tua mente come un cristallo; pulisci, strofina fino alla trasparenza”. IL cristallo della mente è il prezioso deposito dell’esperienza. Lo sguardo illuminato conduce dai vortici della periferia alla pace del centro. Da questo flusso psicomentale irelato alla pulizia, alla trasparenza, alla mente quieta, pacificata, pulita.

Vedo in questi segni lo scivolare veloce degli accadimenti: tutto scorre come relitti sull’acqua. La bottiglia scorre fra i sassi del fiume e sobbalza fra i salti, ma alla fine se la prende il mare.

Questo tipo di pittura l’ho vista nelle nuove forme della filosofia zen. In Giappone è nata una specie di modernizzazione del buddismo tradizionale. Io vivo nel buddismo Theravada, il buddismo più severo, ma il Giappone, che è patria di tutti i modernismi, ha modernizzato la meditazione che secondo la tradizione buddista va intesa così:

  1. meditare = Samathi / la pace del lago (quando ci sono onde il lago non riflette il cielo): quando pacifichi la mente allora vedi questi pensieri pellegrini che ti vengono a visitare e puoi stabilire amicizia con ciascuno di essi.
  2. Fermare il flusso dei pensieri, come il ciclista che, stanco, interrompe la corsa, ferma il ciclo, scende e riposa.
  3. Wipassanaa: siccome la mente non può stare ferma, allora ci si sofferma su qualche cosa che cattura la mente: arco e freccia, concentrazione come il trarre la corda e fissare l’attenzione verso il centro da colpire . Educa la mente a non essere “zingara”, o “mente scimmia” che salta da una parte all’altra.

La medicina e il medico di quest’arte è la meditazione.

La concentrazione si può ottenere con il respiro, visitando il cuore, con tanti punti interni e esterni, astratti o concreti. Quando gusti la pienezza della mente concentrata, allora immagazzini quella energia che puoi utilizzare in una molteplicità di situazioni di vita.

La pittura di Prandina può diventare uno strumento interessante di concentrazione mentale: disegno che interpreti, disegno su cui ti concentri.

 

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