| DA IMMAGINI E SIMBOLI
Simboli sono significati profondi che nutrono lo mente. Al tocco
del simbolo lo sguardo banale, opaco si accende, si illumina, si
slancia oltre il confine delle parole, oltre lo schermo delle
abitudini: tu fai l'esperienza dello sguardo illuminato, e diventi
scopritore, costruttore di significati.Una goccia di rugiada, un
raggio di luce, il sorriso di un volto possono spalancare le porte
della percezione (Huxley) ed espandere lo coscienza verso quelle
esperienze di pienezza che lo psicologo americano A. Maslow
chiama peack experiences. L'arte poetica di Tagore aiuta a capire
il cammino della mente all'intelligenza dei simboli: "Viaggiai
per vasti mari e alti monti, e non mi accorsi della goccia di rugiada
sulla spiga di grano, accanto a casa mia." Viaggiai... il vero
viaggio è interiore: dietro le pupille dello sguardo illuminato
vedo in modo nuovo, con insolito stupore, l'infinita Gratuità.
Simbolo è scrigno di significati importanti che parlano all'io
profondo.Posso svegliarmi al mattino in modo banale, scolorito,
ma posso anche evocare nel nascere del giorno l'emozione di ogni
nascere; posso celebrare lo gratuità della vita e respirare
lo grazia di essere vivo; posso esercitarmi a vedere, sentire, gustare,
toccare come fosse lo prima volta. Ogni mattina il tocco della Luce
(DIVI mi rinnova il dono della vita. Con l'aiuto del simbolo
dò volto alle cose, le lascio parlare, mi apro alla gratuità,
che è sorgente di pace. Posso rimanere a lungo a guardare
il mare senza risonanze, senza emozione... ma se l'immagine diventa
simbolo il mio essere viene mobilitato... mi calo nell'acqua, mi
concedo all'onda, evoco lo nostalgia di un abbraccio materno
che mi avvolge nella sua sicurezza. I simboli educano all'occhio
penetrante (quel terzo occhio della spiritualità orientale)
a percepire lo stupore della realtà invisibile agli occhi
fisici. In principio è lo stupore: lo stupore è fonte
di conoscenza. La ginnastica de pensiero simbolico popola di senso
anche le umili cose, gli umili gesti di sempre, e riscatta lo grigia
quotidianità. Si può stabilire un ponte tra lo cuJtura
vedica e il nostro orizzonte culturale: che cosa dà significato
alla voglia di vivere? E attuale il messaggio del simbolo,
vissuto e celebrato nei riti laici della vita. In sintesi, i simboli
sono lo base della comunicazione, di un linguaggio universale. S.Freud
pensava all'inconscio come a un deposito di istinti oscuri e irrazionali,
ma il discepolo K.Yung rifiutò, affermando che nella
psiche si nasconde un ricco capitale di immagini attraverso
le quali l'uomo si comprende. Noi riteniamo che i simboli siano
significati che parlano alla mente illuminata. Le esperienze
più impegnative e importanti si esprimono per mezzo di simboli.
Essi sono lo sorgente di conoscenza intuitiva e immediata che dà
qualità alla vita; essi esprimono il linguaggio alto della
mente, sono la lingua comune delle culture. Per mezzo dei simboli
l'uomo diventa scopritore e portatore di senso. L'uomo si capisce
attraverso i simboli che non si possono definire, imprigionare in
gabbie di parole ma si aprono su un'oceano di pensiero: "l'uomo
è profondo come Oceano" (Agostino di Ippona). Come apprendere
lo lingua, vocabolario dei simboli per comunicare bene con sè,
con gli altri e con il mondo? L'arte pittorica di Gino Prandina
educa a valorizzare il linguaggio dei simboli nelle semplici
esperienze: lo musica dei colori, le ombre degli oggetti, il fluire
delle nubi, lo fragilitàdelle foglie, lo profondità
infinita del cielo, il vorticoso avvicendarsi degli eventi. Sequenze
di occhi spalancati, improvvise illuminazioni su universi sconosciuti
danno l'ebbrezza di essere come bambini che giocano sulla spiaggia
dei mondi.
Gabriele Gastaldello
DA IMMAGINI E SIMBOLI
Avevo già visto una di queste opere in occasione di una
visita alla mostra di Firenze: una cornice blu con un'ala d'oro:
poi quando l'ho rivista mi sono ricordato di quella prima impressione:
una bella opera, un lavoro concettuale che apre la ricerca mediante
la perdita della superficie, la voluta fuga dalla narrazione. Dopo
una pausa di riflessione questi nuovi quadri rappresentano una evoluzione
del pensiero, che in ogni caso apre a sua volta ad un ulteriore
approfondimento. Il periodo dei fondi blu o quello dalle campiture
piatte e dei simboli avranno senz'altro un'evoluzione: rimetteranno
in discussione i valori plastici per riassumerli poi in maniera
nuova. Mi piacciono quelle forme a spirale, insieme agli accosta
menti di rosa e blu molto tonali: alludono a spazi onirici, spazi
del pensiero. Interessante la concezione formale e strutturale:
simmetrica e regolare in alcuni quadri, libera e inclinata in altri.
La sensazione prodotta è, sulle prime, una specie di sconcerto,
anche perchè la nostra cultura occidentale non è più
allenata a decifrare i simboli che indicano sintesi, essenza. Ma
in un secondo tempo si prova un senso di liberazione, quella liberazione
che molti artisti desiderano raggiungere. La sintesi, frutto dell'analisi,
suscita questa liberazione, ma non è facile da conquistare.
C'è un senso di liberazione, uno stato contemplativo: considerare
l'oggetto "alto", riattribuendogli la giustizia che esso
merita. E qualsiasi oggetto per quanto piccolo, infinitesimale ha
diritto a tale apologia. L'arte invoca questa libertà, quella
che non dipende dal mercato o immediatamente dai giudizi dello spettatore.
Qui si tratta di fare arte in maniera impegnativa, non pienamente
attingibile, forse difficilmente abbordabile ai più.
Richiede uno sforzo di comprensione superiore ad altre opere magari
più riéèhe di cromatismi. Viene esercitata
una eccitazione della fantasia e l'esercizio del pensiero."
Simbolo è mediazione. Si tratta dunque di lavori nuovi, diversi
dalle precedenti estrinsecazioni dell'espressione di personaggi
rappresentati. Qui l'oggettività è frutto di elaborazio~e
mentale, ricollegamento oggettivo di tipo citazionista. E rappresentazione
degli oggetti ai quali vengono attribuiti significati diversi, evocazioni;
è suggerimento di un "oltre" che si nasconde negli
oggetti apparentemente banali. Questo modo di fare arte si pone
dentro la ricerca. L'arte trova senso, nella ricerca, anche se sarebbe
presunzione considerare questi lavori un punto di arrivo. E l'ouverture
ben presentata, pulita nell'essenza, di un percorso solo intrapreso.
E questo percorso è fatto di continue sfide che si giocano
nella solitudine con sè stessi, çhiusi nello studio
nella condizione creativa più bella e quotidiana. E una ricerca
di essenzialità: nel minimo indispensabile di campiture di
colore ricercare il massimo dell'effetto. Il risultato, raffinato,
rinvia ad infiniti interrogativi.
Dario Xausa – pittore
DA IMMAGINI E SIMBOLI
Con questo intervento non intendo tanto soffermarmi sui significati
particolari che ciascuno delle opere di Gino Prandina potrebbe evocare,
quanto riferirmi all'evento artistico che esse mediano. Questo mostro
costituisce un'offerto di significato per lo riflessione o non piuttosto
apertura o domande e ricerche fondamentali? A mio avviso qui non
si trotto tonto dell'offerto di formule, di verità o imperativi,
quanto dell'invito od entrare in un orizzonte di significato che
viene aperto. In questo senso generallo un evento di ricerco. Esse
invitano all'evento originario, primordiale in quanto ovviano
o cogliere ciò che è il cuore dello realtà
e che dischiude il significato dell'universo cosmico, storico,
trascendente. In tutto ciò diventano un appello all'uomo
o riconoscere il proprio destino e lo proprio dignità: si
può perciò dire che questi lavori hanno un'autentico
valenza metafisica ed etico. Considerando poi lo portato comunicativo
e conoscitivo delle opere è do chiedersi fino o che punto
esse possono realizzare autentico comunicazione. Do un loto è
evidente che esse contengono, benchè nascosto, uno concettualità
che domando di essere reso esplicito e condiviso, peno lo sviamento
dello comunicazione. Dall'altro pongono lo questione se si dio uno
concettualità universale che quindi l'opero dovrebbe evocare
o risvegliare -, oppure se questo concettualità vado conquistato
attraverso un commino percorso Insieme. In quest'ultimo senso ritengo
questo un evento artistico, apertura e produzione dell'artista.
E l'artista lo narro in termini formali facendolo diventare evento
transsoggetivo e dunque comunicabile. Questo comunicazione trans-soggettiva
che conduce all'apertura dell'orizzonte di senso divento appello
alla libertà: lo presume e lo suscito. Nel contempo queste
opere sono un invito o trascendere lo sfera dell'immediatezza e
delle apparenze sensibili per cogliere il mistero che avvolge tutto
lo realtà, cosmica, antropologico e trascendente. Questo
mistero non impoverisce le realtà sensibili (ci vuole infatti
sempre uno mano che opero e delle mediazioni materiali) ma mostro
come tutte le realtà, sensibili o diverse dallo sensibilità
sono chiamate o trovare il loro ridimensionamento (non sono il tutto!)
e lo loro dimensione (nel tutto trovano il loro significato). Così
questo impresa affermo nel suo porsi lo possibilità per l'uomo
di attingere il mistero che lo avvolge e lo costituisce. Contemporaneamente
divento ricerco coraggioso in quanto scommette sulle capacità
dell'uomo d'oggi: l'uomo immerso nell'universo tecnico e dominatore
dello realtà sarà capace di "accogliere"
più che di "cogliere"?
Roberto Tommasi
Con cura e con grande impegno giunge
ad un nuovo traguardo espositivo Gino Prandina, qui a Possagno,
la patria di Antonio Canova
E' un prosieguo di qualificanti iniziative, che da qualche anno
l'artista propone, con l'unico scopo di esternare, di far percepire
e di suggerire il suo modo di "sentire", fatto con acquerelli
e con dipinti dalle tecniche miste.
Ancora una volta, immagino, l'organizzazione di questa mostra non
è stata complessa.
I1 suo costante impegno è ricco, infatti, di una produzione
artistica continua, che scandisce così il suo vivere ed il
suo operare.
Prandina utilizza una tavolozza trasparentissima, dove il colore
blu è di casa. Usato puro, nell'astratto molto espressionista
come lui ama definire le sue opere in cui si stendono pensieri,
sensazioni, ricordi, improvvise emozioni; mai palesi, man sottraendole
dal suo intimo e affidandole all'azione meccanica del pennello,
magistralmente guidata dalla sua abile mano.
Una nuova strada a lungo ricercata, per così dire?
Non credo.
Ma che frutti sa cogliere in questa sua disciplina "quotidiana"!
Michel Tapié sottolineava che l'arte in genere si fa altrove,
fuori, su di un piano diverso da quello della realtà che
percepiamo: l'arte è altro.
Grovigli di segni, macchie di colore, stesure ampie. Questo è
il suo linguaggio.
E' forse il modo per liberarsi dal senso di inquietudine che la
vita dei nostri giorni ci infonde?
Anche lui coglie i cambialnenti della luce, dei colori della natura,
dell'acqua, della forza del vento, continuando a inseguire i mutamenti
per riuscire a carpire il giorno che fugge.
Con Gino Prandina continua, cosi, la serie delle illiziative culturali
che si svolgono negli spazi contigui alle dimore canoviane. Un luogo
che vorremmo poter valorizzare al massimo.
Sempre più speriamo di poter affidare ad importanti avvenimenti
l'utilizzo di questi eterni ed amati spazi.
L'arte in questi luoghi vive con quanto il sommo Canova ha lasciato
all'umanità.
L'artista di oggi continua a creare, con nuove proposte testimoniando
con le sue opere
la presenza costante di un ricco pensiero e di una profonda sensibilità.
Mario Guderzo
Presidente della Fondazione Canova
31 maggio 1998
Le rappresentazioni di Gino Prandina
sono prevalentemente simboliche, anche dove si individua un oggetto,
una figura, un elemento, l'osservatore non ha mai l'impressione
di aver esaurito 1a visione. Il simbolo rinvia ad altro, ad altrove,
perchè tutta la realtà, nella sua più vera
oggettività, ci sfugge.
Noi, nel quotidiano, percorriamo le vie fenomeniche conosciamo le
consuete forme del divenire, della cultura, dell'interpretazione.
Eppure ogni esperienza ci lascia inappagati, come se ogni cosa emergesse
appena da un fondale sconosciuto (la verità) dal quale siamo
attratti e verso il quale vorremmo andare.
Le opere di Prandina fermano la corsa sulle superfici delle cose
e immergono nell'essenziale, nel sotterraneo oggettivo, sulle orme
di un sentiero che ci pare aver interrotto tanto tempo fa.
E scopriamo un universo, laggiù nei fondali, o forse lassù
nell'infinito, semplice, quasi ridotto all'unità, ma carico
di energia e di vita spirituale; la luce zenitale delinea gli orizzonti
dell'io - ora riappropriato - senza ombre, senza alcuna parvenza.
Solo davanti all'Eterno.
Giancarlo Cunial
Sindaco di Possagno
maggio 1998
Questa mostra corrisponde alla volontà dell'Amministrazione
Comunale di proporre, tra le attività culturali più
rilevanti della nostra cittadina, gli appuntamenti espositivi in chiesetta
San Marco rendendoli sempre più qualificanti. Dai suoi esordi,
circa quattro anni fa, le iniziative promosse in questa sede l'hanno
sempre contraddistinta. Essa è stata continuamente richiesta
quale spazio espositivo da artisti marosticensi e non ed accoglie,
con una certa frequenza, conferenze, dibattiti, assemblee ed incontri
vari.
L'intento è quello di proporre in questo spazio un itinerario
che ripercorra i nodi centrali dell'espressione artistica contemporanea,
divenendo, al tempo stesso, luogo di incontro e di confronto tra artisti
che provengono da diverse esperienze.
Credo che questa mostra sia un'occasione davvero importante per tutti
coloro che amano l'arte e la cultura del nostro tempo, perchè
le opere di Prandina ne sono una testimonianza.
Egli è un nostro concittadino, è nato a Marostica, e
qui la sua esperienza artistica affonda le proprie radici. Da noi,
infatti, fin dall'inizio degli anni ottanta ha anche operato artisticamente,
proponendosi in diverse occasioni espositive. Ricordo una personale
in Castello inferiore, dal titolo "Simboli", e la presenza
di sue opere ad alcune edizioni della Rassegna biennale dedicata ai
pittori marosticensi. Prandina ha sempre dato un fattivo apporto di
idee e di entusiasmo creativo.
Ora l'artista ritorna alla sua Città natale forte di numerose
partecipazioni ad importanti rassegne in diverse città italiane,
a Vicenza e nel suo territorio, ma anche a Milano, Firenze, a Venezia
ed ultimamente a Possagno.
Soddisfazioni, penso, per chi ha scelto di affiancare all'impegno
spirituale anche quello artistico , dimostrando sempre particolare
sensibilità per il recupero delle opere d'arte e per la loro
promozione come se l'arte potesse avvicinare più di qualsiasi
altra cosa alla religiosità, nei suoi aspetti devozionali ed
interiori.
Arte, quindi, come comunicazione spirituale di vita. dott. Valerio
Zanforlin
Sindaco di Marostica
luglio 1998
Ciò che colpisce nella pittura
di Prandina sono le ideazioni compositive, create da un segno che
ondeggia istintivamente, ma soprattutto le sfumature dei toni coloristici,
i timbri talvolta sommessi talora altissimi. Quasi una musica orchestrata
sinfonicamente con sussulti improvvisi e carezzevoli melodie.
Una musicalità che, attraverso una certa modulazione espressivo-
formale, è capace di sfruttare tutte le qualità luminose
del colore
L'ispirazione e gli elementi che compongono il suo particolare linguaggio,
attraverso i segni, i cromatismi, le forme, le armonie delle costruzioni
d'insieme, i rapporti figura-spazio scoprono il palpitare di un pathos
esistenziale, che coglie nella realtà la sublimazione trascendentale
e la rende alfine poesia.
Una pittura, quindi, che rivela la profonda sensibilità d'animo
dell'artista, una pittura suggestiva e delicatissima in cui il colore,
in questo caso il blu, gioca un ruolo primario, esercita un fascino
rilevante per le intime, segrete sollecitazioni e per le libere evocazioni
di un mondo quasi magico e sognato. Egli stesso lo definisce "il
colore del pensiero e del sogno".
Un mondo coinvolgente anche se enigmatico, espresso con immediatezza
espressiva, con una tecnica rarefatta ed essenziale in cui l'istintività
del disegno si fonde con la forza e la raffinatezza dei toni coloristici
che deriva da una attenta ricerca dei valori cromatici, accostati
delicatamente attraverso passaggi percettibili con una certa precisione,
ma senza stacchi improvvisi, piuttosto indefiniti e sfumati.
Colori armonici e ricchi di attributi a conferire un particolare slancio
creativo che mira a suscitare il senso del bello e della forma.
Giochi di motivi ritmici molto lievi, diffusi nelle tonalità
di colore e nei segni diluiti fino all'evanescenza, a fermare quel
momento in cui la melodia si fa controcanto leggero all'incedere poetico
che vibra ancora grazie alle intuizioni ed alla fantasia.
Ciò e non altro appare come la forma spirituale dell'arte,
il concretizzarsi in immagine della psiche, delle emozioni ed insieme
dell'anima. Nel testo Dello spirituale dell'arte, Kandinskij affermava:"...il
colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto
sull'anima. Il colore è il tasto, l'occhio il martelletto,l'anima
è il pianoforte delle molte corde. L'artista è la mano
che, toccando questo o quel tasto, mette opportunamente in vibrazione
l'anima umana".
Liliana Contin
Assessore alla cultura
luglio 1998
GINO PRANDINA: L'ATTESA
L'opera di Gino Prandina ad una prima lettura si rivela astratta,
informale, sicuramente non figurativa. E' il risultato di una ricerca
espressiva che ha raggiunto l'astrazione attraverso la sintesi,
non attraverso la sottrazione di immagini e di riferimenti iconici,
come comunemente è inteso. L'evoluzione dell'artista, infatti,
lo ha portato a confrontarsi con esperienze che si awicinano sia
alla complessità del simbolo che alla forza
dell'espressionismo, per raggiungere infine l'astrattismo, quindi
la non riconoscibilità iconica dell'immagine, sintetizzando
e sublimando la sua volontà di espressione. Un percorso che
si awicina a quello compiuto, ad esempio, da un maestro come Mondrian.
Questo accostamento è valido se si pensa al lungo periodo
di sperimentazione e ricerca compiuto sempre sullo stesso soggetto
(il famoso "albero") che ha portato l'artista olandese
al raggiungimento dell'astrazione proprio attraverso la sintesi
progressiva dei tratti. L'astrazione è il risultato di una
esigenza di semplificazione e riduzione del motivo di natura, dell'immagine
che riproduce il reale, partendo da essa stessa, con un profondo
rispetto nei suoi confronti, anzi con l'intenzione di carpirne e
capirne l'essenza. Nelle opere di Prandina si avvertono forme di
paesaggi ancestrali, armonicamente fluenti che tracciano i profili
geografici ma anche temporali di un'età sospesa, pre o post
industriale, non certo la nostra, frenetica e convulsa, spesso incapace
di arricchirsi dei valori dell'intangibile.
Sono testimonianze di una introspezione che compie necessariamente
una sua evoluzione tra creazione e dissoluzione, in cui l'eterea
assenza di queste velature, di questi ectoplasmi onirici si concentra,
come per sedimentazione, in una presenza forte, ma allo stesso tempo
eterea, quasi gassosa.
La varieta dei colori è limitata, soprattutto l'amato blu
tende ad una acquosità dovuta in parte alla scelta dell'acquerello,
in parte al richiamo della lezione impressionista basata sull'immediatezza
del gesto. Questo continuo dissolversi dei colori contribuisce a
creare una scomposizione delle forme che si tramutano in immagini
fitomorfiche, sfuocate. E' il Monet delle ninfee, dove forma, colore,
ambiente si fondono in un tutt'uno a creare un effetto di "dissoluzione
meteorologica". L'acqua sembra intervenire fisicamente sulla
superficie creando velature, ombre, essenze e dissolvenze, in un
interminabile gioco di presenza e assenza. I1 blu, che, come dicevamo,
appare spesso, è il colore dell'assoluto, che nel suo accentuarsi
e diluirsi di intensità ricorda un fluire di coscienza che
l'opera di carta, con la sua immediatezza può restituire.
Parlando del colore blu il paragone, anche se solo cromatico, con
Yves Kline, è inevitabile, quantunque il blu di Kline appare
come un gorgo assorbente di pensieri, di oggetti e azioni, un fagocitatore
dei tradizionali strumenti artistici che tende alla contaminazione
estetica spazio-temporale. I1 blu di Prandina è propositivo,
lieve, spazia verso orizzonti lontani e chiari, luminosi, si fa
forte del supporto cartaceo e ne accentua le caratteristiche di
immediatezza e semplicità. Citando Barilli possiamo dire
che il blu di diffonde nell'etere, o nella dimensione immaginaria,
creando uno stato d'animo. Le opere di Prandina possono essere lette
anche come brevi Haiku , poesie giapponesi fatte di tre righe, nelle
quali in venti lettere si concentra il significato di tutto un mondo.
O anche, sfruttando con cinismo la debolezza del supporto volatile
e deperibile come può essere la carta, come spirituali Mandala
tibetani, dove è proprio la fragilità del supporto
a dare il valore dell'immagine che viene a porsi.
Stefania Michelato
Mario Benetti
DAMS
14 gennaio 1999
TESTO CRITICO
di Giancarlo Cunial
alla mostra di Gino Prandina, L'ATTESA
Asolo, chiesa di San Luigi (S.Pietro)
C.I.M.B.A. cons. università americane
(testo integrale non rivisto d.a.)
Non sono un critico d'arte, e questo va detto per la precisione;
ci tengo quasi come un orgoglio a non essere un critico d'arte,
non perché ce l'abbia con i critici d'arte, ma perché,
giustamente, ognuno fa il proprio mestiere.
Devo dire che quando Gino Prandina è venuto a Possagno, mi
sono subito piaciuti i suoi quadri, i suoi dipinti ed è stata
per me una sorpresa che mi abbia chiamato qui stasera, ma anche
un'emozione scoprire che il titolo di questa mostra proviene dall'ultima
parola del mio intervento riportato anche in questo catalogo.
Non farò tanti discorsi anche perché molti di voi
li ho già visti a Possagno e quindi mi avete già sentito.
Questa è una sede straordinaria, certamente più poetica
e più affascinante che non l'Ala Nuova della Casa del Canova
a Possagno.
Penso di non essere solo io a provare questa emozione, di essere
in questo ambiente che è così pregno della preghiera
di tanti che ci hanno lasciato come retaggio il desiderio di ripercorrere
queste pietre, queste terrecotte, questo biancone del Grappa, quasi
a voler significare un cammino spirituale (siamo in un pavimento,
fra l'altro, in ascesa) che Gino Prandina, quando ha disposto questi
quadri, ha seguito. Infatti, i quadri esposti sono 21, ma a mio
giudizio sono 22, perché le foglie per terra indicano una
via, un segno. Sono 21 opere che da qualsiasi parte vi mettiate
in questa chiesa li vedete tutti, con un colpo d'occhio.
E ciò obbedisce a un cammino più che altro artistico
nella collocazione di queste opere. Intanto ce ne sono due che proprio
non c'entrano nulla. Una è quella centrale, nuova, perché
penso sia di qualche mese fa ed è un quadro che, voi capite
che fra tutto l'astratto, il simbolico, l'informale che c'è
qui dentro, è l'unico che in qualche maniera richiami, sia
pur con molta cautela, il figurativo, cioè un paesaggio.
E l'altro quadro che poco si inserisce in tutto questo cammino è
un quadro molto complesso, che giustamente va tenuto per terra.
A mio giudizio è il pezzo migliore della mostra, stona forse
con gli altri quadri, ma è il quadro di questa chiesa. A
mio giudizio potrebbe stare benissimo sull'altare maggiore. E' un'opera
religiosa, direi quasi ansiosa di una Trinità che si vuole
ricostituire, che si vuole ritrovare.
I quadri alle pareti ripercorrono il percorso dall'espressione all'astratto.
Sono segnati da pennellate su carta molto evidenti, direi quelli
nuovi in particolare, allargate, quasi fosse una luce che si allarga
da quell'ocra che vedete nel quadro che è di fronte a me.
Significativi i 3 quadri del presbiterio, quasi appesi nel vuoto,
che poi non è vuoto ma è l'assoluto, segnano la conclusione
di un cammino che, se osservate, è un cammino circolare.
Qui non c'è niente di lineare, è tutto circolare.
Lo spettatore vede tutto l'insieme. E' tutta circolare l'arte di
Prandina, perché essa, come avevo già detto a Possagno,
è alla ricerca ansiosa, e qualche volta sofferta, dell'Assoluto
e sa bene che l'Assoluto non si può raffigurare con una linea
retta, ma soltanto con un cerchio, come la volta del cielo che è
infinita perché è circolare.
Se noi cercassimo qualcosa di figurativo all'interno di queste opere,
tranne, ripeto, quella carta orientaleggiante con quegli alberi,
se volessimo vedere in questo secondo quadro un paesaggio collinare,
volessimo vedere una figura o un fiore, sbaglieremo. Sarebbero comunque
delle fortuito coincidenze fra il nostro gusto e il segno che lì
è tracciato. No. Prandina, che pure ha studiato la logica
occidentale, quella aristotelica, ma anche quella scientifica, da
Francis Bacone a Galileo Galilei, che vuole una logica rigorosa,
sensista, (diciamo pure anche superficiale, perché qui c'è
una denuncia alla nostra superficialità, alla superficialità
con cui consideriamo la nostra vita come la vita che ci appare nella
quotidianità). No, non c'è assolutamente questo tipo
di logica, anzi Prandina si vanta di essere a-logico di quel tipo
di logica, si vanta di non essere aristotelico. Qui c'è piuttosto
un'altra logica che è la logica della profondità,
della evocazione, quella logica che a volte, in un mattino straordinariamente
limpido ci fa fischiettare e non sappiamo neanche perché,
o in una serata asolana bellissima e autunnale come questa ci fa
calpestare con gusto queste foglie che scricchiolano sotto i nostri
piedi e non sappiamo neanche perché, ma abbiamo il gusto
di andare là e calpestarle.
Ecco, ciò qualcosa che evoca qual cos'altro, perché
la realtà per Gino Prandina non è quella che vediamo,
non è quella che tocchiamo, non è quella che abbiamo
visto oggi, che abbiamo mangiato oggi, che abbiamo vissuto oggi.
La realtà, la vita, va oltre, richiama ad altro. Quello che
vediamo oggi, questo stesso tavolo, questo stesso pavimento, questa
stessa chiesa evoca, è messaggio di un qualcosa che è
nascosto.
Prandina mi è sembrato, soprattutto nelle ultime opere, quasi
come quel bambino che ha fatto e sta facendo ogni giorno l'esperienza
del divino nel giocattolo che ha in mano. Continuiamo a regalare
i giocattoli che si possono smontare ai bambini, perché è
la prima esperienza del divino che loro hanno. Se avete osservato
un bambino, quando date a lui un giocattolo molto semplice, perché
i giocattoli complessi non li fanno più sperare, sono già
completi di per sé, egli non si accontenta della sua superficie,
lo vuole rompere, spezzare, andare oltre appunto la superficie delle
cose, vedere il meccanismo, il marchingegno, come funziona dentro.
Prandina è convinto che dentro di noi ciò quello che
cerchiamo troppo lontano da noi. Dice una profezia zen, alla quale
forse è molto vicino spiritualmente Prandina: "Perché
cerchi lontano ciò che è dentro di te?". Ebbene,
che cosa trova dentro di sé, dentro di noi, Prandina? Trova
innanzitutto l'immagine di ciò che non si può dire,
trova l'evocazione di una poesia che si può cogliere soltanto
nel momento in cui nasce, ma quando comincia a diventare figura,
o a diventare parola, essa è gia corrotta dalla nostra cultura.
La vera nostra natura si fa messaggio quando esprime questo Assoluto
che è dentro di noi e che non ha parole perché è
come quell'antico patriarca che dice "Io non so che dire".
Infatti, di fronte a questi quadri noi di primo acchito non sappiamo
che dire, non sappiamo che pensare. E Prandina lo sa che corre il
rischio di non essere capito. Sa che, anche se non glielo diciamo,
che noi esprimiamo un giudizio su questi dipinti. Ma la sua, più
che provocazione, è ancora un invito a seguirlo, e mi son
segnato alcuni versi che Prandina ha scritto nel catalogo. Lui dice
ad un certo punto: "Voglio cercare una relazione tra il linguaggio
e la natura, tra l'arte e l'arte interiore, tra la mia lingua, quella
che ho dentro, e la lingua che unica so esprimere, che è
quella esteriore". "L'immagine deve essere disparente".
Anche questi quadri devono smembrarsi per lasciare posto a quella
luce assoluta, (che ripeto a mio giudizio è solo in quell'unico
quadro), che dipana ogni segno, che coglie ciò che sfugge
alla stessa mano del pittore, si fissa a questo segno, questa luce
che non è neppure più sua, diventa segno che resta
in attesa di essere compreso da lui e da noi, ora anche col cuore.
Quel giallo-ocra delle sue ultime opere nasconde, o forse manifesta,
una sorta di pathos, una sorta di calore, non vorrei dire di amore,
perchè ancora non ci siamo con l'amore, perchè lui
non coglie, e ne è cosciente, ancora l'amore assoluto; lui
è ancora nell'attesa.
Ma ora coglie anche col cuore, non più solo col concetto,
anche col pathos, con la forza, come in Pascal, come in Agostino,
come nell'ermetismo, come nell'astrattismo simbolico ultimo, come
nella luce dorata del beato Angelico o come nel simbolismo del beato
Granzotto, coglie quelle parole, quasi che esse manifestino la presenza
qui oggi, ora, dell'Assoluto. E l'Assoluto, le parole dell'Assoluto,
ci sono venute a visitare oggi pomeriggio qui e le sentiamo parlare
e scricchiolare non soltanto con i segni ma anche con le foglie
che sono qui e che sono la 22a opera esposta. Esse giocano nel suo
giardino, nel nostro giardino, ed entrano nel cuore della nostra
casa come aquiloni di luce. Questo è Prandina.
Giancarlo Cunial
Asolo, 29 ottobre 1999
DA: L’ATTESA
L'essere e l'universo rivelano e raccontano di sé attraverso
il loro incontro con lo spirito umano: al di fuori di questa relazione
essi rimangono come muti, opachi, senza senso. Lo spirito umano
è sempre aperto, prima con l'affetto e !'intuizione, indi
con la limpidezza penetrante dell'intelligenza, ad accogliere
e portare in luce, cor-rispondendovi, ciò che è Lo
spirito umano viene ad essere se stesso in questa sua estasi,
e la realtà tutta avviene per questa sinergia di essere e
spirito. Queste opere artistiche di Gino. Prandina sono attestazione
di questo farsi, di questo venire in luce della verità
e del senso. L'augenblick dell'artista (cioè il colpo d'occhio
istantaneo e la visione immediata, il balenare luccicante dell'idea
e della forma che, mai compiutamente disponibile a una qual
descrizione, pur si consegna allo spirito) ferma il tempo del
fluire, cosicchè questo gli si rivela, per un attimo e con
una espressività indicibile al concetto, in una profondità
imprevista e in una luce insospettata. Una tale esperienza, per
se stessa incatturabile e impermanente, rivive nel gesto, nel segno
e nel colore, perché questi, pur cristallizzati trasfondono
il senso vivo di ciò che li ha suscitati, e cioè !'incontro
dischiudente tra l'essere e lo spirito. Il gesto, nella sua
sorprendente subitaneità, il segno nel suo fissarne
e liberarne la fugacità, il colore nel riverberarne
ed esaltarne le modulazioni e le temperature, manifestano sul
fragile materiale i moti spirituali: il tocco armonico e quieto,
la forza veemente, il cerchio conchiudente e gli orizzonti
infiniti. Tali gestualità umane discoprono la vitalità
dello spirito e della libertà che animano la realtà
e la vivificano: lo spirito umano mette in luce lo spirituale del
reale, ovvero il mistero della sua origine e del suo essere,
che è vita, la quale si offre e si impone alla libera apertura
dello spirito di colui che lo aiuta a dischiudersi. Il visitatore
è condotto da queste opere a compiere lui pure un'esperienza
"spirituale" (o "aperturale"), scoprendo
con stupore che tutto ciò che innanzi tutto e per lo più
gli sembra ovvio e quotidiano, racchiude un plus, che indica e invita
ad accogliere, interrogando si e indagando, la realtà come
mistero della vita, superando l'atteggiamento del puro "disincanto
del mondo" . Tale mistero si fa visibilmente vicino per l'alleanza
fra l'uomo e le cose, tra lo spirito e l'essere: l'opera d'arte
è invito ad entrare in questo evento dove l'uomo e l'essere,
nella loro asimmetrica reciprocità, scoprono e comprendono
qualcosa di più dell'origine e della profondità di
se stessi.
Adveniente aletheia, semper indaganda
Roberto Tommasi
DA: L’ATTESA
Sono passati sette anni dai primi lavori su carta e cartone dipinti
in velocità all'aria aperta, quasi per necessità interiore.
Fino ad allora avevo lavorato sempre in studio, preferibilmente
con l'olio o al massimo con acrilici, pensando e progettando
con cura la composizione, le cromìe, le proporzioni. E poi,
improvvisamente, un non so che d'istinto ha fatto scaturire ciò
che "dal di dentro" sembrava voler guidare il pennello
sulla carta. La carta è un supporto semplice, mutevole, fragile:
è diversa dalla tela. Proprio la sua fragilità, quasi
inconsistente mi aveva condotto a considerarla inadatta. Ma adesso
l'esigenza è diversa: il pensiero e l'operare hanno bisogno
di supporti semplici, poco ingombranti. D'altra parte questi disegni
rappresentano fogli sparsi di un "diario di viaggio".
C'è chi scrive sulla carta, sia per fissare gli istanti fuggevoli
di vita, sia per esercitarsi in una qual "scrittura automatica"
dalla quale lasciar trasparire una verità più "vera"
perché più intima e sorgiva... Sono apparsi via via
centinaia di "istanti di vita", pensieri, meglio emozioni,
raccolti sulla carta. Mi aveva colpito allora una frase di Bachelard:
"Il brulicare della natura che è' "l'ora blu",
in cui le presenze della notte sono sul punto di ritirarsi e quelle
del mattino di entrare in scena. Era proprio quello l'orizzonte
verso il quale mi ero incamminato. E così ho preferito i
colori del pensiero e del sogno, il blu e tutte le brume del mattino,
le nebbie del tramonto invernale, le ombre lunghe del tempo che
rallenta. Penso che in quegli "istanti disparenti", la
razionalità riesca con maggiore fatica ad imbrigliare una
verità "altra" che scaturisce. Verità che
si fa di volta in volta canto, gesto, scrittura recondita di un
linguaggio in cifre; mi sono sempre piaciuti l'ideogramma e la pittura
cinese! Penso che il segreto sia quello di agire con immediatezza,
il massimo dell'immediatezza, quasi a sfuggire dalle operazioni
di mtraggio del cervello. Ho bisogno di quei momenti per capire.
Prima ancora della preoccupazione di presentare un prodotto. Intravedo
resti di fondali infiniti, resti diurni o irreali, scritture e gesti...
mi piace soprattutto quell'operazione di scavo interiore. Gran parte
di questi disegni sono frutto di un operare immediato: qui la velocità
è essenziale, come la non-premeditazione di forme o gesti,
frutto soltanto di uno stato di concentrazione profonda. Auguro
a chi li potrà considerare, o acquisire, di collocarsi nel
"fondo del mare" in quegli orizzonti inesplorati, e poi
di seguire le tracce, come quando io da bambino giocavo con il dito
a seguire le rughe dei legni secolari.
Gino Prandina
DALLA MOSTRA A ASOLO – SAN LUIGI 1999
Dell'arte di Prandina si è già detto molto in questi
ultimi anni, grazie anche ad alcune esposizioni di sue opere in
diverse città venete. A una prima lettura emerge con forza
l'evento simbolico, decantato e finalmente sciolto negli ultimi
lavori, grazie ad un desiderio analitico che si è fatto sempre
più evidente e creativo. Il simbolo, che per sua natura "rinvia
ad altro", nei colori e nelle forme di Prandina assume spesso
venature esotiche e orientaleggianti, o caldi sapori espressionistici:
ma non è quella la strada per seguirne il senso, che
anzi tende a non omologarsi a tendenze e culture, per farsi spiritualità
pura. Forte e quasi mistico è il desiderio di sacro e di
infinito; nel contempo, è individuabile il progressivo
abbandono delle forme consuete, del figurativo c1assicheggiante,
degli schemi retorici. Questo lavoro, di catarsi e di nascondimento
insieme, rappresenta una delle fasi più sofferte delle opere
di Prandina e probabilmente quella che per l'artista è
piùcara e personale. Cammin facendo, però, Prandina
ha percepito che il sacro a cui vuole approdare non solo è
infinito e mai del tutto "con preso" (ecco il valore
noumenico dei suoi dipinti), ma è anche sottratto ad ogni
ragione culturale e ad ogni modello antropologico. Quasi che il
tempo, la storia e finanche la civiltà siano incrostazioni
che tolgono splendore e bellezza al trascendente, termine ultimo
(non ancora raggiunto) dell'itinerario artistico di Prandina. E'
il trascendente, dunque, la cifra che caratterizza e interessa l'ultima
stagione creativa di Prandina, stagione appena cominciata, ricca
di corrispondenze e di attesa.
Possagno, 3 gennaio 1999 ?Giancarlo Cunial
DA: HAIKU / MOSTRA A BASSANO CHIESETTA DELL’ANGELO
La pittura di Gino Prandina parte di lontano: dalle giovanili, ora
archiviate tendenze secessioniste tra il liberty e l'art decò,
alle suggestioni iconiche di un espressionismo a volte ossessivo
sino ad apparentemente placarsi in fitoantropomorfismi graficamente
elaborati che lo conducono, per strade diverse, ad approdare ad
una pittura assolutamente informale, caratterizzante il suo linguaggio
della metà degli anni Novanta.
Le due vie che conducono alla serie degli acquarelli su carta de
L'ORA BLU (1992-97) sono estremamente indicative di quelli che saranno
i successivi sviluppi della sua elaborazione artistica: un intrinseco
simbolismo, mai disatteso, di radice espressionista, retaggio di
profonde ragioni culturali ed etiche e la tensione calligrafica
della sua pittura in cui, esaltato dalla materica dilatazione del
mezzo tecnico, il paradigma si allenta, il colore si fa introspezione
psichica. Dalle sfumate evanescenze delle insistite gamme del blu
emergono in superficie scritture segrete, arcani contenuti crittografici,
riferimenti memori degli orientalismi della americana "scuola
del Pacifico" di Kline e Tobey, in particolare del "corsivo"
di Tobey, delle sue continue ricerche sulla calligrafia orientale
risalenti ai primi anni Cinquanta.
Se attinenze all'ORA BLU di Prandina si vogliono trovare nel milieu
culturale complessivo occidentale degli stessi anni, il riferimento
più puntuale può essere ai grafismi di espansione
cromatica di Wols e Fautrier e all'ermetismo poetico di Giuseppe
Ungaretti. Di lì nasce l'ultima esperienza pittorica di Gino
Prandina che ora appare nella attuale, recentissima, ancor inedita
produzione 1998-2000: la radice calligrafico-gestuale si evidenzia
marcatamente mentre il blu lentamente si riassorbe cedendo a calibrature
più meditate, meno espanse ed espansive di giallo-rosato,
aranciato, sino all'ocra intenso che matura contemporaneamente al
linguaggio-segno sempre più crittografico. Si tratta, nelle
opere estreme, di una autentica pittografia più raccolta
conclusa che, in brevi e concise pennellate, riassorbe ed esplicita
una tensione poetica di nuovo riferibile a canoni letterari, ora
decisamente accostata alla poesia orientale giapponese degli HAIKU,
brevi componimenti di 5+7+7 sillabe che, nella loro sintesi spazio-temporale
racchiudono, in scarni versi, una vera e propria "cifra d'infinito".
Nello stesso modo queste recentissime opere di Prandina su carta
ma spesso di più consistente supporto, imprimono una sintesi
altamente simbolica di cifra cromatica e segnico-gestuale decifrabile
e indecifrabile, scrittura arcaica e primordiale come un graffito
o un'iscrizione lapidea in via di decrittazione oppure gesto grafico
che, nella sua dinamica esecuzione spaziale, lasci del tutto cadere
la propria valenza semantica.
Il tenace parterre simbolico di Prandina abbraccia in tal modo valenze
universali: cromo-segni che assumono a cifra mistico-contemplativa.
maggio 2000 Flavia Casagranda
DA : L’ATTESA
La vicenda di Gino Prandina, pittore, è abbastanza remota
e complessa: inizialmente tentato da tendenze secessioniste e simboliste,
non disdegnando nemmeno l'assemblaggio e le lusinghe dell' art decò,
rielabora lentamente le molte suggestioni iconiche dell'espressionismo
e dell'orientalismo per approdare, nei primi anni Novanta, a fitoantropomorfismi
graficamente elaborati, a volte ossessivi, con qualche reminescenza
cubo-surrealista ancor memore di esiti della pittura europea anni
Trenta. Difficile la decantazione del simbolo che, per ragioni culturali
ed etiche, lo trattiene fino alla metà di questo decennio:
quindi, lentamente, la scrittura si scioglie, il paradigma
si allenta, il colore si fa introspezione psichica, diversi orizzonti
e diverse tendenze si insinuano a dilatare la forma sino a farla
sfumare in evanescenti apparenze che cedono al puro cromatismo il
compito di far emergere in superficie scritture segrete, arcani
contenuti, geroglifici memori della americana "scuola del Pacifico"
e delle inquietudinigorghi oscuri fanno emergere in superficie un
vissuto che inaspettatamente racconta di sofferenze ancestrali,
calate nel profondo dell'umanità e della storia, di cadute
e salvezze, che sono quelle della crisi dell'arte europea di metà
secolo, dalla lacerazione esistenziale alla speranza, dall'annientamento
formale nel tachisme alla ricostituzione di una intelligibile scrittura
affidata alle potenzialità comunicative ed emozionali del
gesto cromatico e dell'organismo pittorico in un intrico grafico,
a volte ermetico, che insieme trattiene e rivela, nei reticoli guizzanti,
una verità interna pronta a convertire in assoluti ideogrammi
i limiti dell'irrazionale e del razionale, dell'essenza universale
e del contingente: formulati per essere portatori di un messaggio
di forza espressiva e di profonda spiritualità.
Flavia Casagranda
ASIAGO
PERSONALE d’ARTE
Anche a me serve svegliare l'artista che è dentro di noi.
Mi sono applicato a capire il suo ultimo ciclo e dirò qualcosa.
Mi accorgo nel nuovo ciclo gino è passato dal micro-cosmo-uomo,
è passato al macro-cosmo, e nei nuovi quadri trovo un interessante
dialogo interculturale. Voi saprete dell'arte zen: i giapponesi
sono famosi in questa concentrazione mentale: il piccolo particolare
te lo trasformano in un clima che ora cercherò dicdescrivere.
Non so che sensazioni suscitano in voi i quadri. Ogni persona è
stimolata a risvegliare mediante l'arte l'artista che è in
lui.
Rifletto sul blu, che usa in maniera così varia e interessante.
Il blu è la profondità del cielo, recipiente infinito,
recipiente vuoto. Il concetto di "vuoto" che proviene
dalla tradizione buddista aiuta a capire questa percezione di forme
che non sono descritte, sono veanescente, che producono illusione-delusione.
Le forme descrivono il grande grembo di vita che cerca di declinare
e portare in armonia i vari elementi. Vedo nella pittura di Prandina
quel richiamo alle quattro grandi radici della vita: noi siamo fatti
di sole, di aria, di acqua e di terra. Vedo anche nel colore questa
ricerca di percepire il "grande grembo di vita" che si
esprime mediante questi quattro grandi cosmici benefattori che sempre
utilizziamo. Questo macro-cosmo rende possibile il nostro micro-cosmo.
Non siamo molto distanti dal grande cantico delle Creature di San
Francesco in cui queste radici della vita appaiono.
Ma soprattutto il blu mi richiama un famoso elemento che va oltre
a questi quattro che vi ho elencato e che gli orientali hanno tradotto
dalla parola greca "etere": quel blu dentro al quale Prandina
elabora altre forme che poi analizzeremo (ne ho individuate tre).
1. Unità-legame- continuità fra i tre elementi: c'è
molts ecologia suggerita da questi quadri; non c'è quel famoso
sentirci separati come è avvenuto nella recente cultura occidentale:
da un lato l'uomo intelligenza, dall'altro la natura-quantità
e materia. Qui emerge un paradigma che anche fra noi occidentali
sta rispuntando: paradigma nuovo: noi più la natura macchian
da comporre e ricomporre, ma sentire la natura come "super
organismo" capace di auto-regolarsi per rendere possibile la
vita.
Nelle pitture emerge questo sentire profondo, sentirci simbioticamente
dentro a al grande grembo che ci rende possibile l'esisenza. Noi
apparteniamo a questo grande grembo di vita che ci circonda. C'è
dunque nelle opere di P. questo rapporto di unità-totalità
che non ci distanza dalla vita: siamo abitatori di questa universale
energia. Anche i colori richiamano il sentirci in comunione con
la vita.
Il sentire pittorico di P. ben è raccontato nella riflessione
poetica di un autore indiano, Tagore:
"Lo stesso ruscello di vita che notte e giorno scorre nelle
mie vene
danza in ritmica armonia coi palpiti maestosi della vita del mondo.
Mi alzai nella notte pensando: anche nel sonno il respiro procede,
il cuore pulsa, il sangue circola a ritmo dei pianeti orbitanti
Miliardi di cellule vibrano in tono con le corde dell'arpa e danzano
nel coro di una immensa vita.
Questa pittura dice espressione di una vita del micro cosmo che
danza col macro cosmo e vedo il s entire orientale che sfuma i confini
delle cose. Ils entire buddista (luminoso) vede questa reciproca
appartenenza: ouomo natira in armonia reciproca.
Gabriele Gastaldello
ASIAGO (VI) luglio-agosto 2000
Duomo di San Matteo
Esposizione di dipinti
"QUALE BELLEZZA SALVERA' IL MONDO?"
Lezione introduttiva di GABRIELE GASTALDELLO
docente di teologia e filosofie orientali
Non so che emozioni suscitano sul visitatore queste opere, e sarebbe
interessante saperlo, perchè ognuno di fronte a un quadro
diventa l'artista che fa emergere la sua arte interpretativa, capace
a sua volta di scoprire nuovi significati.
Riflettevo sul blu, che P. usa in maniera così interessante:
il blu è la profondità del cielo, recipiente infinito,
recipiente vuoto. La cultura buddista aiuta a cogliere il senso
di queste forme che non sono definite, ma che danno il senso dell'illusione-delusione,
i grandi canoni della cultura orientale in cui sono attualmente
immerso. Essi descrivono questo grande grembo di vita cercando di
declinare i vari elementi e portarli ad armonia.
Anche in queste pitture c'è il richiamo alle quattro grandi
radici della vita e di ogni vita: noi siamo fatti di sole, di aria,
di acqua e di terra; come potremo vivere se il sole non ci scaldasse,
se l'aria non ci desse il respiro, se l'acqua non offrisse gli umori
della vita (siamo fatti per il 75% di acqua!) se la terra non si
sostenesse e ci nutrisse? E vedo anche nel colore la ricerca di
sentire questo grande grembo di vita che si esprime soprattutto
con questi quattro grandi cosmici benefattori che utilizziamo: il
macro-cosmo che rende possibile il nostro piccolo cosmo. Non siamo
molto lontani dal cantico delle creature di Frate Francesco, nel
quale queste quattro radici della vita appaiono.
Il blu mi richiama un famoso elemento che va aldilà di questi
quattro elementi nominati e che traducendo dalle culture orientali
hanno chiamato con una parola greca: "etere". Quel blu
entro al quale Gino Prandina ricama altre forme che analizzeremo.
Richiamo quella unità, continuità, appartenenza di
uomo-natura, ecologia suggerita dai quadri: non c'è sensazione
di separazione, come nell'opera della filosofia occidentale in cui
l'uomo con la sua intelligenza sta da una parte e la natura quantità-materia
dall'altra. Invece appare quel paradigma (che oggi anche da noi
sta rispuntando, paradigma nuovo): non più la natura, macchina
gigantesca che si può imbullonare-sbullonare separare-riparare,
un pò come si fa con le macchine.
Sta emergendo anche da parte della cultura occidentale questo sentire
profondo: la terra (ipotesi gaia) è quel grande super-organismo
il "sangue caldo" capace di auto-reagolarsi per rendere
possibile la vita. In queste pitture emerge un sentire profondo,
questo sentirci simbioticamente dentro al vasto grembo di vita
- che ci assicura l'esperienza di essere sotto questo vasto cielo,
- di calpestare questa vasta terra
- che ci unisce al grande ciclo di vita che ci circonda.
C'è anche in queste pitture un rapporto di unità-totalità
che non ci permette di prendere le distanze dal grande "grembo
di vita": siamo abitatori di questa universale energia, e anche
i colori richiamano la com-unione con la grande vita che ci circonda.
Mi piace qui citare una poesia di Tagore, che con linguaggio lirico
offre analogie e interpretazioni alla ricerca pittorica di Prandina:
"Lo stesso ruscello di vita che notte e giorno scorre nelle
mie vene danza in ritmica armonia coi palpiti maestosi della vita
del mondo.
Mi alzai nella notte pensando: anche nel sonno il respiro procede,
il cuore pulsa, il sangue circola insieme al ritmo di pianeti orbitanti.
Miliardi di cellule vibrano intorno al ritmo delle corde delll'arpa
e danzano nel coro di una immensa vita."
Vedo questa espressione di una vita del micro-cosmo che danza col
macro cosmo: io piccola vita dentro una grande vita; e vedo anche
questo sentire orientale che sfuma i confini delle cose. Anche il
sentire buddista (Budda=Luminoso) vede la reciproca appartenenza:
l'uomo e la natura in armonia reciproca. Se osservate c'è
quel senso di impermanenza che rende le forme leggere, come a dire:
nella vita non lasciarti troppo prendere dalle pesantezze, dal creare
confini; tutto è in continuo divenire, tutto precede. Allora
non imprigionarti nelle cose ma tieniti libero e leggero, proprio
per poterle apprezzare. Se tu vuoi possedere le forme definitivamente
finisci col diventare prigioniero...
In queste opere vedo l'invito ad essere semplice: più sei
semplice più gusti il valore delle cose, le cose semplici
sono anche le più belle, non c'è nulla che renda più
indipendenti che il vivere con poco. Non lasciarti opprimere da
bisogni ricchi.
Queste pitture le usiamo in oriente nella forma di painting-meditation,
meditare dipingendo: lascia che la tua mano scorra, dipingi questi
contorni sfumati, questi orizzonti profondi; lasciati andare sull'onda
dell'artista che abita dentro di te, che puoi liberare in te il
modo "bello" di vivere: questa è la paiting-meditation.
Quanto aiuta la concentrazion mentale e quanto rende belli dentro
il fatto di abitare quei colori!
E da ultimo commento alcuni quadri nel mio modo di percepirli.
Vedo oceanic feeling / cosmic conscienceness / universal mind, Cosmica
solidarietà, come una grande barca che trasporta fra i colori
della vita; inquieto vagare verso un approdo. Vedo una metafisica
solitudine: io e il mare della vita.
Noto il valore della imprecisione: annientare la figura descrittiva
nella sua materialità per proporla nelle linee dinamiche
in cui l'osservante coglie molteplici significati:
braccia cercanti, braccia imploranti tese alla comunicazione col
cielo.
E quel colore ocra di luce mattutina mi richiama l'intuizione di
colui che apre la mente oltre lo sguardo ordinario verso lo sguardo
illuminato. E quando c'è questo sguardo illuminato la vita
si popola di significati importanti. R.Tagore, grande poeta indiano
dice: "Viaggiai per vasti mari ed alti monti e non mi accorsi
della goccia di rigiada sulla spiga di grano dietro a casa mia".
E questo vale per ogni cosa che tu incontri oltre l'abitudine nell'insolita
gratuità.
Infine colgo sul cristallo della mente i depositi dell'esperienza.
Nella meditazione orientale si dice: "considera la tua mente
come un cristallo; pulisci, strofina fino alla trasparenza".
IL cristallo della mente è il prezioso deposito dell'esperienza.
Lo sguardo illuminato conduce dai vortici della periferia alla pace
del centro. Da questo flusso psicomentale irelato alla pulizia,
alla trasparenza, alla mente quieta, pacificata, pulita.
Vedo in questi segni lo scivolare veloce degli accadimenti: tutto
scorre come relitti sull'acqua. La bottiglia scorre fra i sassi
del fiume e sobbalza fra i salti, ma alla fine se la prende il mare.
Questo tipo di pittura l'ho vista nelle nuove forme della filosofia
zen. In Giappone è nata una specie di modernizzazione del
buddismo tradizionale. Io vivo nel buddismo Theravada, il buddismo
più severo, ma il Giappone, che è patria di tutti
i modernismi, ha modernizzato la meditazione che secondo la tradizione
buddista va intesa così:
1. meditare = Samathi / la pace del lago (quando ci sono onde il
lago non riflette il cielo): quando pacifichi la mente allora vedi
questi pensieri pellegrini che ti vengono a visitare e puoi stabilire
amicizia con ciascuno di essi.
2. Fermare il flusso dei pensieri, come il ciclista che, stanco,
interrompe la corsa, ferma il ciclo, scende e riposa.
3. Wipassanaa: siccome la mente non può stare ferma, allora
ci si sofferma su qualche cosa che cattura la mente: arco e freccia,
concentrazione come il trarre la corda e fissare l'attenzione verso
il centro da colpire . Educa la mente a non essere "zingara",
o "mente scimmia" che salta da una parte all'altra.
La medicina e il medico di quest'arte è la meditazione.
La concentrazione si può ottenere con il respiro, visitando
il cuore, con tanti punti interni e esterni, astratti o concreti.
Quando gusti la pienezza della mente concentrata, allora immagazzini
quella energia che puoi utilizzare in una molteplicità di
situazioni di vita.
La pittura di Prandina può diventare uno strumento interessante
di concentrazione mentale: disegno che interpreti, disegno su cui
ti concentri.
BASSANO DEL GRAPPA (VI)
galleria civica d'arte
CHIESA DELL'ANGELO
HAIKU cifra d'infinito
2000
Il brulicare della natura che è "l'Ora blu" (G.Bachelard)...
l'ora in cui le ombre sfanno le forme: e lo sfarsi delle forme è
proprio il passaggio che Prandina attua negli anni '90.
Nel 1992 giunge a un approdo decisamente informale, in quegli acquarelli
esposti nel veneto. Come arriva a questo passaggio? tecnicamente
è una domanda urgente. Il passaggio da posizioni espressionista
a posizioni informali non avviene d'un tratto: ci dev'essere un
filo sottile che lo conduce e lo permea. A mio avviso il filo conduttore
non è soltanto l'astrattismo. È forse un inconscio
passaggio metafisico a mutare le sue forme rendendole una pittura
che spazia in uno spaesamento spazio-temporale. Un passaggio quindi
per la metafisica, in cui non sono esenti rapporti con la poesia
visiva, con i calligrammi di Apollinaire, con l'espansioni cromatiche
che saranno proprie dei due grandi informali del nostro secolo,
Wols e Fautrier, ai quali approda prorio nella serie dell'Ora blu",
fra il '92 e il '97, ma molto più specificatamente fra il
'95 e il '97.
D'altronde è abbastanza evidente, se riflettiamo su questi
passaggi e continui parallelismi tra poesia e pittura, come le forme
sintetiche dell'"ora blu" possano corrispondere in certo
senso all'ermetismo poetico del nostro Ungaretti.
Con gli acquarelli espansi dell'Ora blu arriviamo a ridosso del
'97. Ed ora ci si presentano questi dipinti che sono tutti inediti:
un'assoluta primizia per La Chiesetta dell'angelo, e che sono tutti
racchiusi nel biennio '98-2000; e qui il superamento dell'informale
è evidentissimo. Non più di informale si tratta ma
di suggestioni orientali, in parte tratti ancora da quella che è
la "scuola del Pacifico", la scuola americana di Tobey
e di Kline, ma memore forse di un parallelismo ancora più
antico, quel giapponesismo che nell'arte occidentale dilaga, domina
e affascina negli anni dell'ultimo ottocento e del primissimo novecento.
Possiamo assistere qui ad un parallelismo: come quell'arte che aveva
come matrici Gauguin e Van gogh si ispirava a quelle che erano le
forme poeticamente leggere e vuote di Okusai (muore nel 1849), così
questa nuova generazione, questo nuovo giapponesismo poetico di
ritorno, riprende gli haiku giapponesi di Matsuo basho, un poeta
ancora più antico vissuto fra il 1644 e il 1694: quindi ritorniamo
addiritura al 1600, per questi delicatissimi componimenti di sillabe
raggruppate in 5+7, come esempio di riferimento che non descrive
come è descrittiva l'arte occidentale, ma evoca, suggerisce,
è come un volo d'ala che con un pensiero che introduce tutto
uno spazio d'infinito.
Così vogliono essere questi dipinti: una forma espressiva
segnico-gestuale, calligrafica, ma soprattutto pittografica.
Questa perdita dell'informale, cioè il rifiuto del non-contenuto,
porta a un'astrazione segnica di un'importanza enorme.
Cromaticamente il blu cede lentamente ad altre tonalità,
prima sul giallo ocra leggero, quasi rosato, poi via via l'ocra
si fa sempre più importante fino ad arrivare a queste pennellate
di ocra scuro che imprimono proprio gestialmente delle incisioni
segniche sul supporto, un supporto che adesso trova una solidità
ben diversa da quella cartacea.
E gestualmente l'andamento si fa più raccolto, il gesto
più breve, graficamente più insistito e incisivo:
è una vera calligrafia segnica che percorre uno spazio astratto
di un'astrazione che porta ad un profondo significato spirituale.
Segnicamlente il calligrafico diventa un paradigma parallelo, perde
ogni connotazione semantica: non sono più cifre, non sono
più parole, sono puri segni è pura gestualità
spaziale, cioè "cifra d'infinito".
Di questo punto d'arrivo dobbiamo essere essere estremamente riconoscenti
a Gino Prandina ma anche meditre profondamente queste opere perchè
sono opere che aprono una pagina nuova e diversa dell'operare artistico.
Flavia Casagranda
Critico d'arte
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